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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 8 - 7 ago 2019
ISSN 2037-4801

Recensioni

Cinema

L'essere umano? Il peggior nemico della Terra

Con “Antropocene. L'epoca umana”, in sala dal 19 settembre, i documentaristi Nicholas de Pencier e Jennifer Baichwal e il fotografo Edward Burtynsky mostrano – a colpi di immagini spettacolari – il passaggio avvenuto alla metà del ventesimo secolo dall'Olocene, iniziato 11.700 anni fa con la fine dell'ultima era glaciale, all'Antropocene, la fase in cui l'impatto dell'essere umano sarebbe divenuto dominante. Termine coniato già negli anni Ottanta del secolo scorso dal biologo Eugene F. Stoermer ma reso celebre soprattutto dopo la sua adozione, nel 2000, dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen con il libro “Benvenuti nell'Antropocene”.

La scelta di legare un'era non ai grandi fenomeni naturali che si sviluppano nell'ordine minimo delle decine di migliaia di anni ma all'arco temporale, relativamente ristretto, in cui l'azione antropica, per esempio le emissioni di gas climalteranti, stanno provocando significativi cambiamenti è un cambiamento di approccio e tassonomico notevole, per la geologia. “La nostra impronta sul Pianeta è così ubiquitaria e pervasiva che rimarrà nei segnali stratigrafici del futuro, la specie umana avrà quindi probabilmente il discutibile privilegio di dare il proprio nome a un'era geologica in tempo reale: è la prima volta che un classificatore di ere riconosce oggettivamente il suo ruolo e i suoi segni distintivi nella classificazione stessa. I geologi, finora, avevano identificato le ere ex post, in base a precisi marcatori che si possono rilevare in strati separati dei sedimenti terrestri.”, conferma Antonello Pasini dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr. “La Commissione internazionale di stratigrafia sta ipotizzando di fissare l'inizio dell'Antropocene verso la metà del secolo scorso, cioè il periodo in cui si trovano segnali dei radionuclidi derivanti dalle esplosioni nucleari e in cui l'impatto umano sul Pianeta è diventato particolarmente visibile, in coincidenza con l'accelerazione demografica, industriale e del consumo del suolo, con il notevole aumento delle emissioni di inquinanti e gas serra e con una pesante e preoccupante perdita di biodiversità”.

A sostegno di tale tesi geologica, gli autori del documentario propongono immagini di forte impatto visivo che enfatizzano l'invasiva attività dell'uomo che sta modificando l'ecosistema planetario con azioni che vanno dall'estrazione mineraria all'urbanizzazione, dall'industrializzazione al dirottamento dei corsi d'acqua. Per dimostrarlo, i cineasti hanno effettuato le loro riprese in siti diversi e lontani: Norilsk (Siberia), tra le città più inquinate al mondo a seguito dell'attività di estrazione e lavorazione di metalli pesanti di cui è ricca; il deserto di Atacama (Cile), ricco di litio utilizzato in vari settori ma soprattutto per la fabbricazione di batterie per le auto elettriche, la foresta di Hambach (Germania) che rischia di essere abbattuta per favorire l'estrazione di carbone dalla locale miniera. Il film - poi - mostra quelli che vengono definiti “tecnofossili”, resti di plastiche, cemento e alluminio; ricorda come l'agricoltura e l'allevamento animale abbiano occupato un terzo dei terreni liberi; sottolinea come l'uso abbondante di fertilizzanti abbia accresciuto la produzione di azoto, provocando il riscaldamento e l'acidificazione degli oceani, la nostra specie stia determinando la distruzione di barriere coralline che esistono da 450 milioni di anni e causando la perdita di habitat, inquinamento e cambiamenti climatici, avviando la Terra verso la cosiddetta “sesta estinzione”.

“Il monito veicolato da questo film non va sottovalutato”, sottolinea il ricercatore del Cnr-Iia: “Il riscaldamento globale è importante non tanto per l'aumento di temperatura, ma per gli impatti sui territori, sugli ecosistemi e sulla vita e la salute dell'uomo che esso comporta. In molte zone del globo, inclusi il Mediterraneo e l'Italia, gli eventi estremi di caldo e le precipitazioni violente crescono di intensità a causa del vapore acqueo e dell'energia che mari sempre più caldi forniscono all'atmosfera. Si formano così nubi temporalesche molto alte, da cui scendono precipitazioni violente. Lunghi periodi di siccità possono mettere in ginocchio le agricolture più fragili dei Paesi in via di sviluppo, ma anche quelle di nazioni avanzate come l'Italia; ondate di calore in città sono associate a sostanze inquinanti e pericolose per la salute come l'ozono; le precipitazioni violente possono provocare inondazioni e frane calamitose. Persino conflitti e migrazioni sono influenzati dai cambiamenti climatici, dalle piccole isole del Pacifico fino alla fascia del Sahel, da dove giunge il 90% dei migranti della rotta mediterranea”.

Il documentario, ultimo di una trilogia che include 'Manufactured Landscapes' (2006) e 'Watermark' (2013), fa parte di un progetto che prevede mostre, una serie di fotografie di Edward Burtynsky; installazioni cinematografiche di Baichwal e de Pencier, esperienze interattive coinvolgenti in realtà aumentata e virtuale, un libro d'arte e un catalogo di mostre.


Rita Bugliosi

La scheda

Titolo: Antropocene. L'epoca umana

Regia: Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky, Nicholas de Pencier 

Cast: Alicia Vikander

Quando: dal 19 settembre 2019