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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 15 - 30 ott 2013
ISSN 2037-4801

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La storia d'Italia vista dalla montagna

La storia d'Italia vista dalla montagna

Dagli Appennini rifugio dei briganti meridionali al fronte alpino della prima guerra mondiale, dalla Resistenza fino al Vajont, la nostra storia è inevitabilmente legata alle sue montagne, visto che l’Italia è uno dei paesi più montuosi d’Europa: il 35 per cento del suo territorio è occupato dalle due grandi catene. Eppure lo stereotipo del paesaggio italiano sono le dolci colline umbre, tra ulivi e filari di viti.

Le montagne come qualunque 'paesaggio’ sono un misto di cultura e natura che, del resto, è già una costruzione culturale. Marco Armiero dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr ne ha affrontato lo studio partendo dal periodo preunitario, raccontando per esempio di come fosse impossibile trovare una guida disposta ad accompagnare una spedizione sul Cervino giacché la popolazione locale era convinta che la vetta fosse abitata da demoni, convinzione sopravvissuta a fine XIX secolo di un antico retaggio a sua volte legato alla realtà per cui le persone accusate di stregoneria ed eresia quasi sempre prendevano la via montana per sfuggire alle persecuzioni. Per non parlare degli animali che ne scendevano, come lupi e orsi, effettivamente pericolosi per l’allevamento e oggetto di campagne di sterminio delle quali ci siamo solo pentiti tardivamente.

Ma tutti gli aspetti della 'natura’ montana si sposano a quelli culturali: dalla deforestazione all’erosione, dall’alpinismo al turismo. E tra i protagonisti della 'appropriazione’ del territorio montuoso in Italia non si possono dimenticare ovviamente il Club alpino italiano, il Touring club, il fascismo e la rivoluzione idroelettrica (nel 1905 l’Italia era al terzo posto nel mondo per la produzione di questa forma di energia e nel 1921 contava 91 laghi artificiali più 41 in fase di realizzazione).

Serviranno decenni per arrivare alla sensibilità 'ambientalista’ che però non è un’invenzione dei giorni nostri. Anzi, se ne scoprono già i prodromi in epoche insospettabili, che però non saranno sufficienti a evitare tragedie anche relativamente recenti come quella del Vajont, che fu preceduta da un’impressionante serie di incidenti. La storia de 'Le montagne della patria’ si rivela così profondamente contraddittoria, si pensi anche alle diatribe tra i sostenitori dell’alpinismo eroico e i fautori di uno sport più accessibile, apprezzabile 'democratizzazione’ che però spianò la strada, è il caso di dire, alla profanazione dei gitanti della domenica: ancora non abbiamo del tutto imparato a godere della bellezza senza deteriorarla. Così pure, la moda degli sport invernali fu 'inventata’ nell’Italia fascista dal Duce, soprattutto tramite il fratello Arnaldo, pioniere della tutela forestale italiana, in un impeto naturalista e salutista positivo che però si trasformava in propaganda della quale resta come simbolo sul Monte Giano la colossale scritta “Dux”, visibile ancora ai giorni nostri.

Fulcro di questo percorso resta però soprattutto la Grande Guerra, che ebbe il merito di far scoprire agli italiani le loro montagne: secondo lo storico George Mosse, più ampiamente la moderna riscoperta della natura in Europa è direttamente legata a quell’esperienza terribile. In controluce vi si leggono poi le pagine di tanti scritto, da Edmondo de Amicis a Ignazio Silone, fino a Marco Paolini e Mauro Corona.

M. F.

titolo: Le montagne della patria
categoria: Saggi
autore/i: Armiero Marco
editore: Einaudi
pagine: 255
prezzo: € 28.00