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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 11 - 8 nov 2017
ISSN 2037-4801

Editoriale

La verità ci fa male

La verità è un concetto complesso e sfuggente. Grosso modo, potremmo definirla come 'aderenza alla realtà'. Chi fa ricerca scientifica sa però come quest'idea, apparentemente semplice, nella pratica si traduca in una contraddizione inevitabile: quando abbiamo raggiunto un nuovo avanzamento della conoscenza con una 'scoperta', siamo al tempo stesso coscienti che esso verrà superato e che, quindi, quella verità non è assoluta ed eterna. Si pensi al confronto oggi in atto tra la fisica galileiana e newtoniana, quella quantistica e la relatività di Einstein.

Al di fuori del recinto scientifico, le cose si fanno – sempre in apparenza – più semplici: ciascuno di noi può credere che qualunque cosa sia vera, salvo rispettare le opinioni altrui. È questo che, nel legittimo confronto democratico, ci permette di convivere a livello religioso, politico, calcistico. Ma la semplice convivenza delle diverse idee, senza cercare mai di sintetizzarle 'hegelianamente', può bastare a soddisfare la nostra innata ambizione di sviluppo e progresso? A gettare ulteriore scompiglio nella già non facile questione sono arrivate le tecnologie della comunicazione e dell'informazione, strumenti meravigliosi, frutto e motore di conoscenza al tempo stesso. Se per secoli l'umanità è avanzata a un ritmo relativamente lento, data la difficoltà di far circolare e confrontare persone, merci e idee, oggi soffriamo del problema opposto: la Rete ci rovescia addosso istantaneamente una mole di informazione che rischia di confonderci più di quanto ci arricchisca.

È un po' quello che accade nelle scienze sociali, dove si parla di povertà 'relativa', poiché l'emarginazione non deriva dal livello del reddito e patrimoniale 'assoluto' ma dal rapporto con quello di vicini e concorrenti. Se, come dicono sociologi ed economisti, al giorno d'oggi la ricchezza maggiore è l'informazione (sono povero se non dispongo di un bene o di un servizio, ma ancor più se non li conosco), la situazione che il web determina è paradossale: le informazioni potenzialmente disponibili sono infinite, l'intera umanità è la mia comunità di riferimento (basti pensare alle centinaia di milioni di persone che usano i social network), diviene perciò impossibile afferrare una quantità anche minima dei contenuti che circolano e affermare i miei. Le distorsioni di Internet nascono da quest'aberrazione e dalla spasmodica ansia di emergere dall'anonimato della rete. Come attestano numerose ricerche di neuroscienze, finiamo per costruire la nostra verità su poche e non verificate informazioni che ci condizionano, spingendoci verso quelle che confermano il nostro pregiudizio, laddove invece il processo per giungere alla verità 'vera' (per quanto relativa e perfettibile) dovrebbe andare in direzione opposta, farci confrontare con le convinzioni altrui per ridiscutere le nostre.

Un tempo le cose erano o sembravano più semplici: le ideologie, impartite da leader carismatici, costituivano un rifugio sicuro; le distanze geografiche, di censo e ceto apparivano incolmabili e inducevano la rassegnazione o la ribellione. Oggi tutto appare più mescolato, confuso, disorientante: globale, per l'appunto. Dovremmo forse liberarci dall'ossessione della verità negli ambiti in cui la soggettività è una ricchezza, come l'arte e la letteratura, meravigliose bugie che ci ingannano, ci mostrano mondi inesistenti e così arricchiscono la nostra anima. Dovremmo rendere sempre più 'scientifiche', sottoponendole a un rigoroso e condiviso metodo di vaglio e selezione, discipline 'umanistiche' come la storia, l'economia o la politica (intesa nel senso di ricerca del miglior governo per il maggior numero di cittadini possibile). E dovremmo essere molto rigorosi, accettando l'autorità di chi ne sa più di noi, sui temi e negli ambiti delle scienze naturali come la medicina. Certo, alcune bugie – o 'fake' – su questi temi sono meno dannose di altre, possiamo sorridere dei cosiddetti 'terrapiattisti' o di chi rimane convinto che l'uomo non sia mai andato sulla Luna, ma relazionarsi con il prossimo e le istituzioni con un atteggiamento di sfiducia, anche su temi dove gli esperti hanno sedimentato una 'verità' condivisa, rischia di deflagrare in una pericolosa frammentazione solipsistica. Anche perché talvolta induce chi ha responsabilità pubbliche a non sostenere la 'verità' nel timore che essa allontani il consenso.

Non dobbiamo essere pedanti profeti del sapere e lasciamo ai fisici di professione la ricerca della 'teoria del tutto', ma non possiamo nemmeno cadere nell'estremo opposto del soggettivismo nichilista. Basta usare un po' meno retorica e un po' più di logica nel confronto con la realtà e con gli altri esseri umani. Anche per liberarci da paure irrazionali e utilizzare invece gli strumenti che abbiamo a disposizione. Nel Focus monografico di questo Almanacco della scienza prendiamo in esame proprio alcune paure diffuse del nostro tempo, facendoci come al solito accompagnare dai ricercatori del Cnr.

Marco Ferrazzoli