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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 10 - 2 ott 2019
ISSN 2037-4801

Focus - Vendemmia e vino  

Cultura

La vendemmia si fa insieme, da secoli

La vendemmia rappresenta e ha rappresentato un momento dell'anno dall'alto valore sociale ed economico e ha assunto, nelle varie epoche e nelle varie religioni, valenze e significati che spesso travalicano il mero valore materiale per trascendere in un alto valore simbolico e sociale. "Il vino si conferma una bevanda speciale nel momento stesso della sua nascita, la vendemmia. Una pratica ricca di significati e di valori capace di aggregare le persone, di riunire le famiglie e di muovere il tessuto socio-economico in un modo che forse nessun'altra pratica agricola riesce a fare", dice Mario Indelicato dell'Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del Consiglio nazionale delle ricerche. “Durante l'anno il vignaiolo si trovava spesso da solo a effettuare le innumerevoli operazioni colturali, ma nei giorni della vendemmia si riunivano tutte le braccia della famiglia e si aumentavano le forze della masseria con lavoratori che oggi definiremmo stagionali, allo stesso modo di quanto avviene nelle moderne aziende vinicole. Talvolta i lavoratori giungevano da regioni diverse, si scambiavano storie e tradizioni. Altre volte ci si aiutava con i lavori nelle rispettive vigne tra vicini. Altre ancora, per l'estrazione del mosto, i grandi proprietari consentivano l'utilizzo delle proprie attrezzature (pigiatoi e torchi in particolare) ai contadini che, in cambio, prestavano la loro manodopera per poter produrre il loro vino personale”.

Come indicano i manuali latini di agronomia, i preparativi per la vendemmia cominciavano circa quaranta giorni prima della raccolta dell'uva. “In quei giorni, le donne erano chiamate a preparare la cantina e gli attrezzi per la vendemmia. Inoltre, dovevano presiedere al rivestimento dei vasi vinari (grandi vasi in terracotta e anfore) con le sostanze resinose necessarie per renderli impermeabili e quindi adattati a contenere il mosto da fermentare”, prosegue il ricercatore.

Nel calendario romano il periodo della raccolta dell'uva era scandito da due grandi feste, che segnavano l'inizio e la fine del periodo di preparazione del vino nuovo. “La prima erano le Vinalia Rustica, che cadevano il 19 agosto e davano il via, con riti propiziatori, alla preparazione delle cantine per la vendemmia. In quell'occasione, il massimo sacerdote di Giove, il Flamen dialis, sacrificava un agnello per propiziare l'abbondanza della vendemmia. Qualche mese dopo, l'11 di ottobre, si celebravano le Meditrinalia, il cui nome deriva dal verbo medeor (guarire)”, spiega il ricercatore Cnr-Ispc. “Queste feste sancivano la conclusione del periodo della raccolta. Con danze e brindisi si offriva a Giove il mosto appena estratto e se ne propiziava la buona qualità, anche per le finalità magico-medicamentose. Infine, intorno al 23 aprile, si tenevano le Vinalia Priora, dedicate alla prima degustazione del vino nuovo”.     

L'operazione successiva alla raccolta era la pigiatura (in latino calcatio). Durante questo processo i pigiatori (calcatores) per schiacciare i grappoli si muovevano, a piedi nudi, con una cadenza regolare scandita da musiche popolari suonate con la siringa o flauto di Pan. L'operazione diveniva così una danza, chiamata epilènion in greco e celeuma in latino. Le numerose rappresentazioni pervenute dall'antichità testimoniano, quanto questa operazione avesse un carattere di felicità e gioia. “Questa usanza era tipica anche delle vendemmie del nostro Paese fino a qualche decennio fa e i racconti dei più anziani rivelano quanto fosse festoso il clima della vendemmia, a tutte le latitudini. Il carattere gioioso che pervadeva l'evento non ne oscurava tuttavia il valore economico, soprattutto nelle grandi vigne che producevano vini da esportazione”, continua Indelicato.

Uno dei momenti cruciali della vendemmia era la torchiatura, il momento in cui le vinacce pigiate venivano sottoposte a pressioni elevate, per estrarre quanto più succo possibile dagli acini. Questo attrezzo richiedeva un investimento importante, sia in termini di risorse, sia in termini di organizzazione del lavoro, dal momento che il sistema pressa/contrappeso poteva pesare fino a dieci tonnellate. “I torchi erano di grandi dimensioni e venivano manovrati da operai esperti. Dai primi secoli dopo Cristo, sulle pietre da contrappeso venivano spesso incise o dipinte croci che caratterizzavano il rischioso momento invocando la protezione divina anche con particolari preghiere”, conclude l'esperto del Cnr. "Nell'iconografia cristiana, il torchio divenne simbolo del sacrificio eucaristico nella forma del cosiddetto torchio mistico (in latino torculus Christi). Gesù raffigurato è nel tino dell'uva e la Croce è trasformata in pressa, mentre il sangue cola in un recipiente come fosse vino”.

Emanuele Guerrini

Fonte: Mario Indelicato , Istituto di scienze del patrimonio culturale, email m.indelicato@ibam.cnr.it