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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 10 - 1 ott 2018
ISSN 2037-4801

Focus  

Tecnologia

Il ruolo della chimica nella '15-18

'Guerra chimica'. È così che viene spesso ricordato il primo conflitto mondiale. Non è un caso. Questa disciplina ha infatti avuto un ruolo importante nella Grande guerra, fondamentale è stata tra l'altro la funzione svolta per la realizzazione di armi temibili quanto efficaci.

“Il 22 aprile 1915, in Belgio, nei pressi di Ypres (oggi Ieper), furono rilasciate da parte dell'esercito tedesco 168 tonnellate di cloro gassoso che, spinte dal vento, investirono le truppe francesi e anglo-canadesi, cogliendole di sorpresa e asfissiando i soldati nascosti nelle trincee e nei ripari sotterranei”, spiega Matteo Guidotti chimico dell'Istituto di scienze e tecnologie molecolari (Istm) del Cnr. “Due anni dopo, sempre sullo stesso fronte, venne impiegato, ancora dai tedeschi, un solfuro organico altamente tossico, poi chiamato 'iprite' dal nome della vicina cittadina belga. L'iprite aveva un forte odore di senape e aglio ed era in grado di provocare profonde vescicazioni e ferite sulla cute e sulle mucose”.

Ma non fu solo l'Impero Germanico a ricorrere ad armi chimiche innovative. “Anche in Francia si studiarono nuovi metodi di guerra non convenzionale e molti scienziati, tra cui Victor Grignard, premio Nobel per la Chimica nel 1912, incentivarono la produzione di fosgene, incolore e caratterizzato da proprietà asfissianti maggiori del cloro”, continua il ricercatore.

Anche nel campo degli esplosivi negli anni del conflitto furono fatti passi avanti. “Grazie ai chimici tedeschi Fritz Haber e Carl Bosch, che perfezionarono il processo industriale di sintesi catalitica dell'ammoniaca dall'azoto atmosferico, e al loro collega Wilhelm Ostwald, che mise a punto il processo per la produzione di acido nitrico dall'ammoniaca, furono disponibili nuove fonti di molecole azotate per gli esplosivi, per la cui preparazione fino ad allora era indispensabile il ricorso al nitro del Cile”, prosegue Guidotti. “Il governo britannico, invece, investì risorse umane ed economiche per riuscire a ottenere in Europa l'acetone, essenziale per la fabbricazione della cordite, un esplosivo utilizzato dalle artiglierie navali tramite fermentazione dei carboidrati, in presenza del batterio Clostridium acetobutylicum. In precedenza, questa sostanza era ottenuta in Canada dalla distillazione del legno delle conifere delle foreste locali e doveva venire trasportata via nave attraverso l'Atlantico, con il rischio di intercettazioni e affondamenti da parte dei sommergibili nemici”.

La chimica si rivelò utile anche per fornire ai militari strumenti di difesa dalle nuove armi. “È durante la prima Guerra mondiale che nacquero le maschere antigas”, aggiunge il chimico del Cnr-Istm “All'inizio erano composte da semplici tamponi di garza imbevuti di reagenti, in grado di neutralizzare e abbattere la concentrazione di sostanze aggressive per rendere l'aria respirabile: verso la fine del conflitto, grazie soprattutto a studiosi britannici, si fabbricarono i primi prototipi delle maschere in uso ancora oggi, munite di filtro a carboni attivi, di un facciale in gomma ben aderente alla sagoma del viso e di oculari trasparenti a protezione degli occhi”.

La petrolchimica, disciplina ancora agli esordi in quegli anni, ebbe un forte impulso durante la Grande guerra, quando fu utilizzata per incrementare la distillazione e la formulazione di benzine e carburanti per automezzi, navi e aeroplani. Lo sviluppo di elettrodi in carbone grafitato consentì invece la costruzione di lampade fotoelettriche ad arco sempre più potenti, permettendo lo svolgimento di combattimenti notturni.

Tante delle principali scoperte scientifiche degli inizi del XX secolo impiegate per scopi militari, sono poi passate alla vita civile. “La sintesi di ammoniaca e di acido nitrico, ad esempio, è stata sfruttata per lo sviluppo di fertilizzanti azotati per l'agricoltura e ha consentito di aumentare notevolmente la produzione di alimenti, contribuendo, dagli anni '20, alla forte crescita della popolazione mondiale”, conclude Guidotti. “Le tecnologie adottate per la produzione di lampade fotoelettriche ha suscitato, invece, interesse nella nascente industria cinematografica per lo sviluppo di fari e proiettori versatili. Alcune armi chimiche, in particolare le azotoipriti, trovano, infine, ancora oggi impiego nel settore medico, come chemioterapici per la cura di alcune forme tumorali”.

Rita Bugliosi

Fonte: Matteo Guidotti, Istituto di scienze e tecnologie molecolari, Milano, tel. 02/50314428 , email m.guidotti@istm.cnr.it -