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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 6 - 24 mar 2021
ISSN 2037-4801

Focus - Colori  

Socio-economico

Piante tintorie

La bella stagione si avvicina e diventano più numerose le occasioni per stare all'aria aperta, ma è proprio in primavera che bisogna iniziare a fare attenzione ai raggi Uv, perché la nostra pelle non è pronta all'esposizione. Se la gamma dei filtri solari oggi offre un'ampia scelta, a seconda del fototipo, la ricerca si orienta anche sulla capacità dei tessuti di schermare al meglio i raggi ultravioletti. In tal senso possono giocare un ruolo importante i coloranti naturali, utilizzati soprattutto per tingere lino, canapa e cotone, che possono contribuire a proteggerci dalle radiazioni. La filiera tradizionale della manifattura tessile è diventata oggetto di rinnovato interesse, come volano di una economia sostenibile. Negli ultimi anni sono nate numerose imprese start up e piccole aziende imperniate in questo settore 'green': “Color off”, fondata da Sandra Quarantini, una biologa molecolare, ha sede vicino ad Ancona e coltiva la reseda, la pianta da cui si ottiene il giallo,  “Terrae blu” di Rimini produce e vende sul suo sito estratti per tinture e semi,  la valdostana 'Phillacolor'  utilizza estratti da  foglie, fiori, cortecce, radici, bacche e spezie.

“Esistono svariate piante tintorie dalle quali è possibile estrarre coloranti naturali. Per esempio, dalle radici della robbia tintoria e della robbia selvatica si ricava il rosso, mentre il blu viene ottenuto dalle foglie del guado, il giallo dai fiori dell'elicriso, il marrone dalla corteccia del castagno e le bucce della cipolla possono fornire un colore rossastro”, spiega Daniele Grifoni dell'Istituto per la bioeconomia (Ibe) del Consiglio nazionale delle ricerche. “Molti coloranti naturali risultano, inoltre, composti da sostanze che ostacolano lo sviluppo di batteri e presentano anche caratteristiche protettive nei confronti della radiazione ultravioletta”. Tali coloranti sono particolarmente indicati per chi è sensibile alle dermatiti allergiche e trovano impiego anche nella realizzazione di indumenti per neonati. Grifoni ha studiato il rapporto tra Uv e tinture vegetali. “Dai dati sperimentali emerge come le tinture oggetto di alcune prove contengono un'ampia gamma di polifenoli, molecole che generalmente risultano possedere caratteristiche tali da determinare un certo assorbimento nella banda Uv. Nel caso del lino, ad esempio, i tessuti mordenzati con allume di potassio e tinti con elicriso, lavanda selvatica e robbia selvatica mostrano livelli di protezione Uv che vanno da molto buono a buono. Nel caso della tintura con elicriso, si è ottenuto un buon livello di protezione anche con la mordenzatura effettuata con i tannini naturali. In ogni caso, i valori di Upf (Ultraviolet Protection Factor) dei tessuti colorati e mordenzati con i tannini sono in genere più bassi di quelli dei tessuti trattati con allume di potassio; ciò indica come i fissanti metallici possano determinare un miglior 'legame' tra colorante e tessuto. Ovviamente anche altri parametri possono influenzare il grado di protezione Uv, come ad esempio lo spessore e la trama del tessuto o la composizione chimica della fibra”.


Un altro studio del Cnr-Ibe, “Risorse dei territori rurali e impresa femminile nell'artigianato tessile”, ha avuto come finalità il censimento e la valutazione di tali attività artigianali in alcune aree rurali soggette all'abbandono – nelle regioni Toscana, Emilia Romagna, Campania e Sardegna - e i benefici per l'economia locale, grazie all'opportuna valorizzazione di una produzione di nicchia molto pregiata a cura prevalentemente femminile. Infine, l'individuazione di piante da destinare a uso tintorio appare di notevole interesse soprattutto in zone come quella mediterranea, caratterizzata da una diffusa presenza di essenze dotate di principi attivi tra cui, appunto, i pigmenti utilizzabili come coloranti. Come si legge nel volume “Filare, tessere, colorare, creare” curato dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: “Tra i vantaggi del recupero di piante della flora spontanea e/o residui di coltivazione ad uso tintorio va annoverata anche la possibilità di utilizzare tali specie per la riqualificazione di aree dismesse o degradate o per il consolidamento di versanti, grazie all'elevato adattamento pedo-climatico di tali specie, con il vantaggio di contribuire alla conservazione della biodiversità, alla difesa del paesaggio, all'uso sostenibile e multifunzionale delle risorse”.

Sandra Fiore

Fonte: Daniele Grifoni, Istituto di bioeconomia del Cnr , email daniele.grifoni@ibe.cnr.it -