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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 17 - 23 set 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Roma  

Ambiente

La scoperta dell'acqua calda

Una ricerca congiunta, condotta dall'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr di Perugia in collaborazione con l'Istituto di scienze marine (Ismar) di Napoli e l'Università di Barcellona, basandosi sulla ricostruzione della temperatura della superficie del mare degli ultimi 5.000 anni, ha permesso di quantificare l'entità del riscaldamento nella regione mediterranea durante il periodo romano (1-500 d.C.).

“Dalla ricostruzione della temperatura superficiale del Mar Mediterraneo, il Periodo romano, chiamato anche “Roman Climatic Optimum”, presenta temperature calde e stabili su gran parte del Mediterraneo, coprendo la fase di origine, espansione fino al declino dell'Impero romano”, spiega Giulia Margaritelli del Cnr-Irpi. “Il perdurare di queste condizioni climatiche avrebbe potuto favorire l'espansione di questa grande civiltà sia economicamente, grazie al clima favorevole per le pratiche agricole, sia abbattendo barriere geografiche favorendo contatti e commerci”.

Il successo dell'Impero romano non è stato, ovviamente, il risultato delle sole condizioni climatiche ma lo studio suggerisce che il clima possa aver giocato un ruolo importante in alcuni aspetti della società del tempo. “A partire da 50 d.C., l'Impero romano iniziò la sua ascesa verso il nord delle Alpi, e la conquista della Gallia è stata probabilmente assistita dalle condizioni climatiche favorevoli”, continua la ricercatrice. “Tuttavia, i dati suggeriscono un trasferimento delle precipitazioni del Nord Atlantico verso l'Europa centrale e settentrionale. Questi valori potrebbero indicare condizioni più secche a partire dalla seconda metà del periodo romano, penalizzando lo sviluppo economico dell'Europa meridionale”.

Questa ipotesi concorda con recenti studi sui modelli di apertura della vegetazione nelle aree del Mediterraneo centro orientale dal 100 d.C., da allora in poi l'espansione di Roma nell'Europa centrale e in Gran Bretagna fu inesorabile. Verso la fine di questa fase, i dati mostrano una tendenza al generale abbassamento delle temperature superficiali del Mar Mediterraneo. “Durante questo periodo, sia il Mar Egeo che il Canale di Sicilia furono assediati da pirati e vandali. Infatti, alla fine del IV secolo, il mondo romano stava vivendo l'inizio della sua fine, che culminerà pochi secoli dopo. La Sicilia, che era il principale fornitore di grano in tutto l'Impero e deteneva la maggior parte dell'economia agraria, priva di difese militari, fu assediata dai pirati illirici (438 d.C.) che ne devastarono un ampio tratto. Nello stesso periodo, i Vandali di Genserico (440–477 d.C.) invasero la parte orientale del Mar Mediterraneo”, aggiunge Margaritelli.

Lo studio si è basato sull'analisi di una successione marina campionata con la nave Urania-Cnr nel Canale di Sicilia, a una profondità di 475 metri, che ha permesso di ricostruire le variazioni delle temperature superficiali del mare negli ultimi cinque millenni. “Questo nuovo dato è stato integrato da quelli provenienti da altre aree del Mediterraneo - mare di Alboran, bacino di Minorca e mar Egeo - per far emergere lo scenario complessivo e confermare che il periodo romano è stato il più caldo dell'intero bacino negli ultimi 2.000 anni: le temperature superficiali del mare erano circa 2°C in più rispetto ai valori medi documentati nello stesso archivio fossile della fine del XX secolo d.C.”, conclude l'esperta. “Cronologicamente, questa distinta fase di riscaldamento corrisponde con lo sviluppo, l'espansione e il conseguente declino dell'Impero romano, mentre, successivamente a questa fase, lo studio mostra una graduale tendenza verso condizioni climatiche più fredde in tutta l'area, coincidenti con la caduta del Grande Impero”.

Emanuele Guerrini

Fonte: Giulia Margaritelli, Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, Perugia , email giulia.margaritelli@irpi.cnr.it -