Focus: Tempo

Il bibliotecario della mente

Cervello
di Naomi Di Roberto

La percezione del tempo non è uniforme, ma nasce dall’interazione tra memoria, attenzione ed emozioni che il cervello organizza, separando e ricomponendo “che cosa” accade e “quando”. Dalle basi neurocognitive fino alle esperienze dell’infanzia analizziamo questo processo dinamico con Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Cnr

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Il tempo dell’orologio scorre con regolarità implacabile, uguale per tutti. Eppure, il tempo che viviamo e quello che percepiamo segue tutt’altra logica: accelera quando siamo immersi in un’esperienza coinvolgente, rallenta nei momenti di attesa, si dilata nei ricordi e si contrae nella routine. È un tempo soggettivo, plasmato dalla mente, dalle emozioni, dall’attenzione e dalla memoria. Per comprendere meglio ciò che avviene lo abbiamo analizzato con Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica (Irib) del Cnr, che spiega: “Questa ‘elasticità’ del tempo non dipende solo dall’orologio: dipende da come il cervello organizza l’esperienza. Un articolo teorico di Karl Friston e György Buzsáki propone un’idea semplice ma potente: per funzionare bene, il cervello tende a separare due aspetti fondamentali di ciò che viviamo, ossia il contenuto di un evento, il ‘che cosa’ succede; e la sua struttura temporale, ossia il ‘quando’ succede, in quale ordine e con quali passaggi. Il punto di partenza degli autori è la prospettiva del cervello predittivo: per sopravvivere e agire, il sistema nervoso deve costruire un ‘modello interno’ dell’ambiente e usarlo per anticipare cosa succederà dopo”.

Entrando più nel dettaglio dei meccanismi cerebrali emerge una divisione di compiti. “L’ippocampo avrebbe un ruolo privilegiato nel trattare la struttura sequenziale dei contenuti sensoriali. La neocorteccia, invece, sarebbe più specializzata nel rappresentare il contenuto: persone, oggetti, significati, contesti. Per rendere l’idea, viene proposta una metafora: l’ippocampo è come un bibliotecario che sa ‘dove’ e soprattutto ‘in che ordine’ trovare e collegare i volumi; la neocorteccia è come la biblioteca dove le conoscenze sono conservate. La variabilità della percezione del tempo può essere vista, in questa prospettiva, come una conseguenza del modo in cui, di volta in volta, il cervello bilancia ‘che cosa’ e ‘quando’”, chiarisce l’esperto.

Cervello

Questo equilibrio in qualche modo influenza la nostra percezione temporale di ciò che accade. “In situazioni molto familiari (routine, sequenze già note), la struttura temporale può essere gestita in modo più automatico: l’ordine è prevedibile, serve meno ‘lavoro’ per capire cosa sta succedendo. In situazioni nuove o incerte, invece, il cervello deve investire di più nel ricostruire il contesto e nel capire quale ‘storia’ o quale ‘sequenza’ sia in corso: questo aumenta la richiesta di inferenza e può cambiare la sensazione del tempo che passa”, continua Cerasa  “Un passaggio affascinante dell’articolo riguarda le sequenze neuronali auto-generate: pattern di attività che sembrano ‘scorrere’ internamente, e che sono stati osservati non solo nell’ippocampo, ma anche in aree come la corteccia prefrontale e parietale. L’idea è che il cervello disponga di una sorta di dinamica sequenziale intrinseca, una traccia di ‘ordine’ pronta a essere associata a contenuti diversi. In altre parole, alcune sequenze potrebbero essere preconfigurate e poi ‘riempite’ dall’esperienza con eventi specifici. È un modo per dire che la rappresentazione del tempo non è solo ‘psicologica’: ha anche vincoli fisiologici. Cambiamenti di stato (attenzione, fatica, carico cognitivo, contesto) possono modulare quanto il cervello si affida a queste dinamiche, e quindi cambiare il modo in cui ‘taglia’ e ricompone l’esperienza temporale. In sintesi, dentro questo quadro la percezione del tempo varia perché non dipende da un unico ‘cronometro’, ma dal modo in cui il cervello: separa contenuto e successione; collega le due cose per ricostruire una narrazione coerente; aggiorna continuamente ricordi e previsioni man mano che arrivano nuove informazioni”.

Ma in che modo le esperienze dell'infanzia influenzano la percezione del tempo e possono contribuire a modellare comportamenti ed atteggiamenti nell'età adulta? “L’idea è che l’infanzia sia un periodo in cui il cervello impara a riconoscere pattern temporali: turni di conversazione ad esempio ‘ora parlo io, poi tu’, routine, strutture narrative come ‘inizio, sviluppo, fine’, ritmo e musica. Ogni volta che un bambino anticipa il ‘dopo’, sta allenando la capacità di legare il contenuto (che cosa) a un ordine (quando). Se questo legame diventa stabile, in età adulta può facilitare competenze come la pianificazione, la gestione delle scadenze, la memoria prospettica e perfino il modo in cui costruiamo spiegazioni coerenti della nostra storia personale”, conclude il neuroscenziato. “Il tempo che percepiamo non è un semplice ‘conto alla rovescia’ interno: è il risultato di un lavoro continuo in cui il cervello separa e ricompone ordine e contenuto. L’ippocampo contribuirebbe a tenere in mano il filo della sequenza, il ‘quando’; mentre la neocorteccia darebbe sostanza al racconto, ossia il ‘che cosa’. Dal loro intreccio emergono la capacità di ricordare, di interpretare retrospettivamente ciò che è accaduto e di anticipare ciò che sta per accadere. Ed è proprio questa costruzione, sensibile al contesto e allo stato interno, che rende il tempo così variabile da persona a persona e da momento a momento”.

Fonte: Antonio Cerasa, Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica, antonio.cerasa@cnr.it

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