Secondo il ricercatore, il fenomeno è strettamente legato al modello di consumo contemporaneo. “Viviamo in una società che chiede continuamente novità e le imprese rispondono a questa domanda. Il punto centrale è la consapevolezza: i consumatori davvero informati sono pochi. Capire come funzionano questi meccanismi permette di non subirli passivamente”, aggiunge l’esperto.
Un altro elemento riguarda la difficoltà di riparare i prodotti. “Anche su questo punto è necessario evitare semplificazioni. il modello produttivo attuale punta all’efficienza: produrre il nuovo costa spesso meno che riparare. Ma la questione è anche progettuale : i prodotti, infatti, non sono pensati per essere facilmente smontati, ma per essere compatti e performanti. Su questo fronte interviene l’Unione europea con il diritto alla riparazione, che mira a rendere i prodotti più duraturi e riparabili. È un passo importante, ma sarà decisivo capire i costi: se riparare resta troppo caro, il consumatore continuerà a comprare il nuovo”, chiarisce Vitali.
Accanto a questo, si stanno diffondendo pratiche di riuso e ricondizionamento. Il ricercatore osserva come sempre più imprese investano in questi modelli, segno di una domanda crescente, anche se ancora limitata rispetto al mercato complessivo. Le implicazioni riguardano anche il nostro rapporto con il tempo. “C’è una pressione costante a stare al passo, a lavorare e consumare per il prossimo acquisto. Comprendere questi meccanismi diventa quindi essenziale. Il punto non è demonizzare le imprese o l’innovazione, ma capire come funziona il modello, per decidere consapevolmente fino a che punto vogliamo seguirlo”, conclude Vitali.
Fonte: Giampaolo Vitali, Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile, giampaolo.vitali@cnr.it