Ciò che rende la prevenzione cardiovascolare particolarmente complessa è che il corpo umano non è una macchina con componenti separabili, è piuttosto un sistema biologico integrato, in cui ogni organo comunica con gli altri in modo continuo e dinamico. “Il cuore influenza i reni, i reni influenzano la pressione, la pressione influenza il cervello, il cervello modula lo stress, lo stress accelera l'aterosclerosi. Interrompere questa catena richiede non solo un intervento puntuale, ma un approccio sistemico, che tenga conto dell'individuo nella sua interezza”, chiarisce il ricercatore.
Un elemento che distingue questa disciplina da molte altre è il fattore tempo, inteso in senso radicale dal momento che le arterie invecchiano fin dalla nascita. “I primi microscopici depositi di grasso nelle pareti vascolari possono comparire già nell'adolescenza. Se ignorati, crescono per decenni in silenzio, fino a diventare le placche che, ostruendo un'arteria coronarica, provocano un infarto”, continua l’esperto. La prevenzione cardiovascolare non può dunque essere una questione da affrontare dopo i cinquant'anni, ma deve iniziare molto prima, idealmente con le prime abitudini di vita. “I medici distinguono tre livelli di intervento: prevenzione primordiale, per chi sta bene; primaria, per chi ha fattori di rischio come ipertensione o colesterolo alto; secondaria, per chi ha già subito un infarto o un ictus e necessita anche di terapie mirate a proteggere il cuore. Tre gradini che formano una piramide: più si resta vicini alla base, più la medicina è efficace”, aggiunge Pingitore.
La ricerca scientifica lavora su tutti questi fronti contemporaneamente. “Vari progetti sviluppati dal Cnr-Ifc hanno dimostrato che è possibile promuovere stili di vita sani già tra gli adolescenti, usando piattaforme digitali e approcci personalizzati. Intervenire in quella fase della vita significa agire quando le abitudini sono ancora plastiche, quando il corpo è ancora integro, quando il futuro è ancora tutto da costruire. È prevenzione nella sua forma più pura: non curare chi è malato, ma aiutare chi è sano a restarlo”, conclude il ricercatore
Fonte: Alessandro Pingitore, Istituto di fisiologia clinica, alessandro.pingitore@cnr.it