"Cronofagia digitale": vivere nel tempo che divora
Il tempo condiziona profondamente l’esistenza umana e il modo in cui lo si usa la sta trasformando in modo silenzioso ma significativo. Prima dell’avvento dei recenti sistemi di comunicazione, scambiare informazioni voleva dire attendere; oggi significa reagire, subito. Internet, social e notifiche in tempo reale hanno riscritto le regole, accorciando le distanze ma anche il tempo per riflettere e per valutare. Il risultato è una realtà in cui la riflessione spesso cede il passo alla velocità. Ne abbiamo parlato con Antonio Tintori dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr
Con i tempi rapidissimi imposti da Internet e social, tutto deve essere prodotto subito, deve essere breve, immediato, facilmente fruibile. Il “tempo reale” spinge a reagire subito, spesso in modo istintivo, senza riflettere a sufficienza o verificare. “Il tempo che consumiamo si sta rivoluzionando in maniera silenziosa ma netta, è opportuno però parlare anche del modo in cui oggi il tempo consuma noi. Questo è infatti un tempo che può essere definito 'cronofagico', governato dall’ansia del suo consumo, dove però non esistono più precisi fini e che non regge su concrete idee di sviluppo e su obiettivi più o meno razionali. Ed è per questo che sta progressivamente logorando la nostra identità sociale: chi siamo, chi avremmo voluto essere, chi vorremmo essere”, spiega Antonio Tintori, sociologo e ricercatore presso l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr.
I giovani sono i più esposti a questa rivoluzione, che riguarda l’interazione umana, attraverso la trasposizione delle relazioni dal piano reale a quello virtuale. “Gli adolescenti sono i più iperconnessi, da sempre, sovraesposti ai social media, spinti da algoritmi abilmente ideati verso la schizoide tendenza ad affannarsi a fare cose non solo inutili, ma anche nocive per le proprie relazioni e, quindi, per sé stessi. Ed ecco che il tempo ‘cronofagico’ non trasmette solo più incertezza, ma divora letteralmente. In questo tempo gli adolescenti guardano al virtuale come alla dimensione dell’immanente, ciò che resiste anche alla morte, e non quindi come luogo ove informarsi e confrontarsi, ma dove comunicare ‘se stessi’, ciò che si ostenta essere più che ciò che in realtà si è. La propria identità sociale inizia così a essere sempre più traballante e a coincidere con i miti che si seguono, che siano influencer o altro, comunque sempre nuove icone da idolatrare. Miti che difficilmente corrispondono con studiosi, insegnanti o pensatori. Sono infatti altro, spesso l’opposto. Sono l’effimero, eroi con doti ‘muscolari’, (a volte) seducenti oratori che indicano ‘valori’ da seguire, binari dai quali non deragliare, nuovi dogmi sociali. Questi ‘miti’ difficilmente propongono discorsi complessi, controversi, politici o religiosi. Sono superficie, relax cognitivo, piatto stordimento, parole e immagini che non sono lì per stimolare quella faticosa attività umana chiamata intelletto”, afferma l’esperto.
È quindi anche a causa di tutto questo che si cronicizza l’abitudine di adagiarsi sulle opinioni altrui e di agire senza prima ragionare. Opinioni appunto, non più conoscenze. “In una società opulenta, abbondante di inutilità, possiamo intendere questa tendenza come una vera e propria forma di progressiva denutrizione cognitiva ed emozionale. La società del ritmo, che poi è l’era della velocità fine a sé stessa, rende così oltremodo noiosi l’apprendimento, la scuola, l’educazione, ossia quello che serve per difendersi proprio dalla logica consumistica ‘cronofagica’. La conoscenza e il ragionamento profondo hanno infatti una dinamica completamente diversa da ciò a cui in questo tempo si è più esposti: sono prodotti soporiferi, lenti, che non vendono più. La scuola, in un certo immaginario giovanile, non rende performanti come richiesto dall’attuale utilitarismo sociale. Ed è così che ciò di cui i giovani necessitano veramente appare ai loro occhi sempre più come la cosa più inutile. L’educazione ha infatti tempi e modalità espressive che si contrappongono alla logica dei social media e dei videogiochi. Pertanto, così com’è, non potrà che risultare sempre più noiosa (Benasayag, Schmit, 2024). Ecco, allora, una delle cause più importanti del progressivo deficit di attenzione giovanile”, prosegue il ricercatore. “Guardando al futuro, poi, i problemi maggiori devono ancora arrivare. Si concretizzeranno, in assenza di seri interventi educativi, quando l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale inizierà a ridurre ulteriormente le capacità critiche, di interconnessione tra conoscenza, osservazione e riflessione”.
Per ora i più giovani si stanno solo confinando distrattamente nel presente, non solo senza percepire grandi prospettive di futuro ma anche eludendo la conoscenza del passato. “I ragazzi sono prede di una patologia del tutto e subito che ritarda lo sviluppo del senso di realtà e la maturità emotiva necessaria ad affrontare la vita e le inevitabili frustrazioni che riserva. Una dimensione in buona parte opposta all’hic et nunc, il ‘qui e ora’ della filosofia latina, perché ciò che sta svanendo è proprio la consapevolezza del presente, a beneficio di una condizione esistenziale certamente immediata ma superficiale, impulsiva, disancorata dalla memoria e dalla progettualità, disorientata perché ansiosa di rincorrere continuamente l’effimero”, conclude Tintori.
In questo scenario, recuperare lentezza, profondità e capacità critica diventa una necessità imprescindibile. Restituire valore al tempo vissuto significa riappropriarsi della propria identità e della possibilità di orientare le proprie scelte, solo così il presente può tornare a essere uno spazio di consapevolezza e non un flusso da subire.
Fonte: Antonio Tintori, Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, antonio.tintori@cnr.it