Focus: Tempo

Il tempo, il clima e le nostre azioni

Alluvione
di Antonello Pasini

Antonello Pasini, ricercatore dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr, spiega le differenti accezioni, in campo meteorologico, dei termini tempo e clima. Mentre il primo si riferisce a stime meteorologiche a breve termine, l’altro indica invece un concetto di tipo statistico, basato su dati raccolti per un periodo prolungato. Per modificare la preoccupante situazione climatica attuale occorre agire sulle cause che a monte determinano gli effetti indesiderati, come i gas a effetto serra generati dalle attività umane

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Mentre in inglese ci sono due parole distinte per denominare il tempo cronologico (time) e quello meteorologico (weather), in italiano usiamo un unico sostantivo: tempo. Del resto, la caratteristica essenziale del tempo cronologico è il suo scorrere in avanti (in maniera costante, a meno di effetti relativistici) e anche il tempo meteorologico lo fa. C’è infatti una freccia del tempo nei fenomeni meteorologici: non si è mai vista una nube temporalesca che - anziché crescere come un “cavolfiore” - si rimpicciolisce, diminuisce di altezza e si contrae (la sua dissipazione avviene in modo diverso). Ma il tempo meteorologico non scorre sempre simile a sé stesso come quello cronologico: muta invece continuamente e una situazione meteo non è mai uguale a un’altra.

Se noi scattiamo “un’istantanea” - più scientificamente effettuiamo misurazioni contemporanee di diverse variabili meteorologiche in un certo luogo - abbiamo una stima del tempo meteorologico in quel momento. D’altro canto, però, il clima di quel luogo non è definito da quelle misure: potremmo aver “beccato” l’unico momento di pioggia dell’anno in una zona invece quasi sempre molto secca. Il clima, infatti, richiama un concetto diverso, di tipo statistico. Se effettuiamo tante “istantanee” per un periodo molto lungo (l’Organizzazione meteorologica mondiale consiglia almeno 30 anni), tramite analisi statistiche possiamo valutare il tempo medio che si ha in quel luogo in termini di temperatura, precipitazioni, ecc., nonché la sua variabilità, in termini di ondate di calore o di freddo, di siccità o di precipitazioni intense, e così via. In tal modo possiamo caratterizzare le varie parti della Terra tramite le loro diverse condizioni climatiche.

Dal momento della nostra comparsa sul Pianeta, come homo sapiens abbiamo sempre subito i capricci del tempo, ma anche i mutamenti climatici a più lunga scadenza, tanto che il vero sviluppo della nostra civiltà è avvenuto negli ultimi diecimila anni con una fase di stabilità del clima e delle stagioni, che, scandendo i ritmi di semina, fioritura e raccolta, hanno consentito la nascita dell’agricoltura. All’interno di questo periodo di stabilità ovviamente si sono avute oscillazioni a livello di singole regioni del mondo, a cui i nostri antenati hanno cercato di adattarsi in vari modi, anche attraverso migrazioni.

Caldo eccessivo

Ora sta accadendo qualcosa di diverso. Se nei passaggi tra le epoche glaciali e i periodi caldi (interglaciali) la temperatura media alla superficie del Pianeta aumentava di circa 1 °C ogni mille anni, oggi siamo di fronte a un aumento di 1 °C negli ultimi 50 anni, con un tasso di crescita 20 volte superiore ai precedenti. Inoltre, questo riscaldamento recente è globale e non relativo solo ad alcune singole regioni del mondo. La moderna scienza del clima ha studiato accuratamente queste situazioni e ha mostrato in maniera inequivocabile che, mentre le fluttuazioni climatiche precedenti erano dovute alla variabilità naturale del clima o a effetti astronomici, quest’ultimo riscaldamento è dovuto essenzialmente alle influenze umane, soprattutto in termini di emissioni dei cosiddetti “gas a effetto serra” come l’anidride carbonica (CO2), che alterano la composizione dell’atmosfera a causa di combustioni fossili, ma anche per la deforestazione e un’agricoltura non sostenibile.

Ma purtroppo riscaldamento non significa solo che si suda un po’ di più, vuol dire che cambiano anche quei fenomeni meteorologici che, alla lunga, definiscono il clima. Oggi, un po’ dappertutto nel mondo, abbiamo ondate di calore più forti e periodi di siccità più prolungati, ma anche precipitazioni che, quando si manifestano, sono molto più intense e distruttive di prima. Sembra un vero guaio, ma il fatto positivo è che, per la prima volta, siamo stati noi (con le nostre azioni) gli artefici di questo cambiamento climatico e quindi, anziché doverlo forzatamente subire, possiamo modificare queste azioni per limitare fortemente tutti quegli effetti indesiderati.

Come agire, allora? Si potrebbe pensare che basti cercare di modificare il tempo (esiste una branca della meteorologia che si chiama proprio weather modification) agendo sui singoli fenomeni. Qualcuno effettivamente prova a farlo, ma solitamente con scarsi risultati: si stima, per esempio, che l’inseminazione delle nubi - con particelle che fungano da nuclei di condensazione per lo sviluppo di goccioline d’acqua - possa portare a un aumento massimo di precipitazione del 10-15%, e comunque non si può far piovere se non ci sono le condizioni meteorologiche adatte.

In realtà, il sistema Terra in cui avvengono i fenomeni è troppo complesso per agire solo su di essi. Occorre agire sulle cause a monte e lasciare che il sistema “aggiusti” il suo comportamento. Dato che siamo stati noi, con le nostre emissioni di gas climalteranti, a produrre tutto ciò, bisogna agire su quelle cause per stabilizzare il sistema su un equilibrio di sicurezza, che non ci porti a scenari caratterizzati da molti gradi in più di temperatura media globale e pericolosi per la nostra civiltà.

Ma agire in questa prospettiva è ovviamente più difficile e meno immediato che agire sui singoli fenomeni. Da un lato, infatti, si tratta di cambiare un modello di sviluppo basato sui combustibili fossili; dall’altro lato, il cambiamento climatico ha un’inerzia tale che i risultati delle nostre azioni si vedranno con un certo ritardo. Ciò è dovuto al lungo tempo di permanenza della CO2 nel sistema che porta a un suo accumulo (se oggi ne immetto in atmosfera 10 molecole, tra 100 anni ne troverò ancora 3 o 4) e per il riscaldamento dei mari, che una volta riscaldati si raffreddano molto lentamente e trasferiscono il loro calore all’atmosfera.

Ciò significa che per il momento possiamo solo stabilizzare la temperatura su un livello di sicurezza, senza tornare indietro. Pertanto, i fenomeni che vediamo adesso ce li terremo anche per i prossimi decenni: l’inerzia del clima li rende inevitabili. Occorre dunque difendersi da questa situazione con azioni di adattamento (per i territori, le risorse idriche, l’agricoltura, la salute, ecc.), ma bisogna assolutamente evitare di giungere a scenari climatici peggiori riducendo drasticamente le nostre emissioni (attività di mitigazione), perché in quelle condizioni sarebbe difficilissimo difendersi.

Mi permetto di proporre una “parola d’ordine” finale per le nostre azioni: gestire l’inevitabile (con l’adattamento), evitare l’ingestibile (con la mitigazione).

Fonte: Antonello Pasini, Istituto sull’inquinamento atmosferico, pasini@iia.cnr.it

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