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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 10 - 2 ott 2019
ISSN 2037-4801

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Un'utopia italiana che divenne realtà
Saggi

Un'utopia italiana che divenne realtà

Tanto nell'immaginario comune quanto nell'effettiva prassi dell'odierna vita sociale, tecnica e cultura si riferiscono a mondi differenti, per non dire antagonisti. Non fu così nella mente del visionario Adriano Olivetti. Ingegnere e imprenditore, negli anni '30 ereditò la fabbrica Olivetti, divenuta famosa in tutto il mondo per i primati conseguiti nel campo delle macchine per scrivere e dei calcolatori, oggi parte del gruppo Telecom Italia. Data la sua capacità di vedere il futuro e di raccogliere intorno a sé il meglio che il mondo offriva ai suoi tempi, Olivetti può essere accostato a giganti come Felice Ippolito ed Enrico Mattei.

Prima ancora di essere imprenditore, Olivetti concepì una nuova filosofia del lavoro con una sua nuova terminologia: non azienda ma fabbrica era la definizione corretta nella concezione olivettiana; un termine vecchio che in lui si arricchisce di sfumature comunitarie: fabbrica significava comunità e comunità significava definire la propria identità tramite il lavoro, faticoso per maledizione biblica e, proprio per questo, elemento su cui fare perno per lo sviluppo futuro. A rendere possibile il connubio fra il mondo delle macchine e quello degli uomini è la cultura, principio chiave che andava a risolvere quella tensione innescatasi dopo il crollo dell'artigianato, la “tristezza fatale alla grande industria” come la chiamava Georges Navel. E se oggi la distopia di un mondo dominato dalle macchine non sembra poi così lontana, e se viviamo, come ebbe a dire Auden, nell'era dell'ansietà (The Age of Anxiety), tutto questo potrebbe essere stato evitato se si fosse seguito il metodo Olivetti.

Ce ne parla Furio Colombo nel libro intervista con Maria Pace Ottieri “Il tempo di Adriano Olivetti” (Edizioni di Comunità). C'è da dire che lo stesso Colombo fu assunto da Olivetti come addetto alla selezione del personale a Ivrea, sede dell'azienda. Il percorso di Colombo decolla, letteralmente, con destinazione Stati Uniti, alla ricerca dei più raffinati intellettuali. Gli dirà Olivetti: “Noi non cerchiamo ingegneri, gli ingegneri più bravi li troviamo a Torino e a Milano. Noi cerchiamo giovani laureati in matematica, letteratura, filosofia, scienze umanistiche. Per il nuovo calcolatore dobbiamo mettere insieme nazionalità, formazioni, culture diverse. Posso dire al consiglio di amministrazione che lei accetta?”. Nascono così numerose avventure che vedono l'intrecciarsi di presidenti americani, da Kennedy a Carter, di esponenti della cultura afroamericana come Martin Luther King, musicisti come Bob Dylan e Joan Baez, economisti come Modigliani e Amartya Sen, artisti e personaggi rilevanti nella vita frenetica di cambiamento degli Usa degli anni Cinquanta. "È nel territorio olivettiano che ho imparato come un pittore sia importante quanto un ingegnere, o uno scienziato quanto un poeta, e la mia ricerca, un po' frenetica, andava in tutte le direzioni”.

Sullo sfondo, la politica. Olivetti tentò di percorrere una terza via, partendo dal lavoro, senza idealizzarlo né svilirlo, con l'intento piuttosto di definirlo come tratto indispensabile alla dignità umana. Il sogno, progetto o utopia di Olivetti era quello di un mondo dove lavorare significa dare un senso alla vita, al di là della stretta necessità, dove è la cultura a dominare sulle macchine, dove il lavoro è un'opportunità per coltivare la bellezza.

Luigi Tallarico

titolo: Il tempo di Adriano Olivetti
categoria: Saggi
autore/i: Colombo Furio, Ottieri Maria Pace
editore: Edizioni di Comunità
pagine: 183
prezzo: € 15.00