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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 3 - 7 mar 2018
ISSN 2037-4801

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Peccato di origine, fonte di dominio e di libertà
Saggi

Peccato di origine, fonte di dominio e di libertà

Peccato originale, Paradiso terrestre, Giardino dell'Eden? Tendiamo a ridurli a “favole di secoli rozzi”, scrive Gianluca Briguglia in 'Stato d'innocenza': ben che vada, “le prime cose che ci vengono in mente sono forse le immagini dei pittori” come 'La morte di Adamo' di Piero della Francesca. Nella voce “peccato originale” del suo 'Dizionario filosofico', Voltaire evidenziava l'“assenza di questa nozione nella Bibbia e presso gli Ebrei”, indicando come “ad accreditare per primo questa strana fantasia” fosse stato sant'Agostino, sprezzantemente liquidato come “manicheo e cristiano, indulgente e persecutore, che passò la vita a contraddire se stesso”. In realtà, avverte Briguglia, già a partire dal I secolo circola in varie lingue una 'Vita di Adamo ed Eva' che “non si accontenta del racconto del libro della Genesi”, anche se il modello agostiniano è messo sotto forte pressione da Tommaso d'Aquino. La lettura allegorica dell'Eden come “finzione mitica” si accompagna insomma nel tempo a quella letterale: per esempio, “Lutero lo considererà luogo reale ma distrutto dal diluvio da cui Dante lo aveva invece salvato ponendolo su un monte altissimo”.

Dobbiamo però indubbiamente ad Agostino d'Ippona “la costituzione più completa e funzionante” di questo “dispositivo intellettuale”. Nella 'Città di Dio' egli individua nel peccato d'origine, commesso dai progenitori ma trasmesso a tutti i loro discendenti, il senso della natura umana, “che da quel momento diviene lapsa, decaduta, preda cioè di tutte le debolezze”. Adamo ed Eva mangiano dall'albero della conoscenza del bene e del male e “rimasero sconvolti dalla nudità dei propri corpi perché la grazia divina li aveva abbandonati”. Come illustra il saggio, il congegno teologico e filosofico di Agostino ha “enormi conseguenze nella storia del pensiero occidentale”; la “disobbedienza dei progenitori” modifica “la natura dell'uomo” e il peccato originale determina “una cesura, un salto”.

Da allora “anche i bambini sono colpevoli per il fatto stesso di essere nati” e però, senza quella caduta, non ci sarebbe stato bisogno di “Cristo il secondo Adamo”. Sul peccato di origine si fonda “la visione 'parentale' del genere umano che discende da Adamo”, cioè l'idea che “Ciascun uomo è parte del genere umano”. Nel racconto edenico, ben prima che se ne occupasse Paolo di Tarso, nasce la subordinazione femminile, consapevole della propria ingiustizia: “A far si che la donna meritasse d'aver come capo e signore il proprio marito non fu la sua natura ma il suo peccato”. E quella generazionale: “La ragione ordinata detta infatti che il padre domini il figlio e il figlio serva il padre”.

A questo mito di origine rimanda il generico rimpianto che Giovanni Boccaccio esprimeva in 'De casibus vivorum illustrium', raccolta di brevi storie su “la caduta e la rovina di personaggi illustri del passato e del presente”. Alla “nostalgia per uno stato di natura immaginato e desiderato con valore di mito culturale” si è “spesso associata l'idea di un passato primitivo migliore e buono”, come accennavamo nel numero scorso dell'Almanacco, e per converso anche il dominio “sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”, poiché così come “le piante sfruttano la terra per nutrirsi; gli animali si nutrono di piante; e gli uomini si nutrono di piante e animali”.

Peraltro questo dominio, che “non è quello dell'uomo ma quello dell'uomo sulle bestie”, si lega a un concetto “di filosofia politica” centrale nel saggio: “"Tra servi e padroni non c'è una differenza naturale perché tutti condividono una natura servile una soggezione al peccato che li rende non liberi”; “nessun essere umano è più considerato un semplice 'strumento animato' aristotelico”. Certo, bisogna distinguere i “tre modi per giungere al concreto esercizio del comando politico: la giustizia, l'astuzia e la violenza” e “Si potrebbe obiettare che nessun potere conferito da Dio è usurpato; bisogna dire che sarebbe vero se fosse totalmente da Dio. Ma come afferma Bonaventura il “dominio di qualcuno sugli altri la signoria è per definizione” un “impedimento alla libertà di altri. Questo potere di interferenza alla libertà per così dire è concettualmente contrario allo stato d'innocenza che è uno stato di libertà”. a “una funzione normativa”

L'autore ripercorre insomma una domanda che, a partire da Agostino e fino a tutto il Medioevo, è stata nodale: “Che cosa sarebbe successo se i progenitori non fossero caduti”? Certo, il 'what if' è in fondo un gioco, ma come avverte Briguglia è anche “un modo per immaginare i nessi causali”.

M. F.

titolo: Stato d’innocenza
categoria: Saggi
autore/i: Briguglia Gianluca
editore: Carocci
pagine: 152
prezzo: € 17.00