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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 9 - 6 set 2017
ISSN 2037-4801

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Le bufale non pascolano solo nell'antiscienza
Saggi

Le bufale non pascolano solo nell'antiscienza

Declino della verità, post-truth (che gli Oxford Dictionaries hanno eletto a “parola dell'anno”), misinformation, credulità, fake news e bufale non riguardano solo la scienza e la ricerca, non nascono oggi e non riguardano solo la rete. Questo il tema affrontato da Paolo Pagliaro ne 'Il punto', un saggio dedicato al liquido e variegato mondo dell'informazione e della comunicazione.

A Internet accede il 73,7% degli italiani (il 95% degli under 30) e il 56,2% è su Facebook. La televisione continua però a raggiungere la quasi totalità della popolazione e rappresenta la fonte dell'informazione politica per il 76% (contro il 57% degli americani). Anche la radio ha un'utenza notevole, pari all'83,9% degli italiani. La stampa nazionale versa invece – mentre all'estero si registra qualche esempio di osmosi tra digitale e cartaceo, dall'editore tedesco Springer al Washington Post acquistato da Amazon - in una crisi progressiva: due miliardi di euro di perdite negli ultimi cinque anni, con un calo di un terzo di fatturato, posti di lavoro e diffusione di quotidiani. Peraltro, la carta stampata non rappresenta una panacea: già nel dicembre del 2014 grandi giornali, siti e social network fecero da corale grancassa alla bufala che attribuì a un vaccino antinfluenzale la morte di alcune persone.

Il processo amplificato dalla rete presenta diversi connotati: concentrazione in oligopoli difficili da normare e controllare, si pensi solo alle colossali vertenze fiscali di Facebook, Apple e Google; crossmedialità per cui il web discute di quello che si vede in tv, dove si cannibalizzano notizie e commenti dai giornali, magari a partire dal tweet di un politico; disintermediazione, per cui tutti siamo fornitori e fruitori di messaggi al tempo stesso. L'istinto vince così sul ragionamento, la frammentazione sulla coerenza, si tende a privilegiare la fonte che conferma la nostra opinione e il rumore di fondo rende difficile identificare i messaggi corretti, specie ai nativi digitali. Secondo l'Università di Stanford l'82% degli studenti di scuola media non distingue una notizia da un contenuto sponsorizzato.

Il fenomeno ha evidenti implicazioni politiche. Giuseppe De Rita lo definisce “un cuneo nel solco di divaricazione scavato tra élite e popolo”, il linguista Giuseppe Antonelli la sostituzione della “superiorità” con il “rispecchiamento”, il manager Franco Bernabé un “grande rischio per la democrazia”. Opporsi alla disinformazione non è facile. C'è chi invoca misure normative, come il giurista Vincenzo Zeno-Zencovich e il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella; chi assume posizioni polemiche come il virologo Roberto Burioni, che sulla sua “pagina di informazione scientifica” Facebook scrisse: “Non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un 'civile dibattito' per discutere alla pari con me”; chi si occupa di debunking, fact checking o crap detecting, cioè di riconoscere le informazioni infondate, come Howard Rheingold, Paolo Attivissimo, Walter Quattrociocchi del Laboratorio di Computational Social Science della Scuola alti studi Imt di Lucca e i siti Bufale.net e bufale.it. Persino il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg comincia a porsi il problema, annunciando un accordo con Abc News e la Associated Press, Beppe Severgnini propone di ritirare la pubblicità dai siti bufalari, l'Ethical Journalism Network propone accorgimenti semplici quali diffidare dei siti con nomi bizzarri o dove mancano autore, fonte e data delle notizie.

In questo scenario complesso e confuso, scrive Pagliaro, siamo: “Da una parte malfidenti verso i vari esperti ricercatori professori giornalisti o studiosi e dall'altra pronti a prestar fede a tutte le voci che occorrono in rete”. Il problema non è certo solo italiano: in Francia il 43% pensa che la ricerca comporti più rischi che benefici, la London School of Economics ha definito il complottismo una “Quasi-Religions Mentality”. Né la “troppa informazione”, l'“infobesità”, la fretta e superficialità del lettore sono questioni recenti, se Karl Popper se ne occupava già nel 1945 e tra fine anni '60 e primi '70 il premio Nobel Herbert Simon scriveva che la comunicazione “consuma attenzione”, il futurologo Alvin Toffler parlava di “information overload”, il sociologo Bertrand Gross del rischio che le informazioni fornite eccedano la capacità di elaborarle e Jorge Luis Borges scriveva: “C'è troppa informazione, si stava meglio nel Medioevo. C'erano pochi libri ma tutti li leggevano”.

Marco Ferrazzoli

titolo: Il punto
categoria: Saggi
autore/i: Pagliaro Paolo
editore: Il Mulino
pagine: 127
prezzo: € 8.49