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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 1 - 28 gen 2015
ISSN 2037-4801

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Troppo comodo. Le contraddizioni dello sviluppo e dei suoi critici

Troppo comodo. Le contraddizioni dello sviluppo e dei suoi critici

'Homo comfort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze’ di Stefano Boni si inserisce nella corrente di pensiero, di sempre maggior successo stante il perdurare della crisi, critica verso il modello di sviluppo basato sulla produzione e sul consumo di quanti più beni possibili. La tesi del saggio è che “l’anelito insaziabile di agio concorre a una frattura epocale da cui emerge un’umanità che mostra [..] significative discontinuità”, stabilendo una vera e propria “cesura antropologica” e la nascita di un nuovo stadio definito appunto dall’autore “homo comfort”.

Un’ottica esplicitamente critica “non perché la comodità sia un male” né perché “il comfort vada demonizzato” ma per la passiva abitudine “dell’umanità contemporanea” a “non avere dubbi sul fatto che la storia tecnica sia stata un’evoluzione positiva”. L’obiettivo di trasformare i lussi di oggi in bisogni di domani” e “come scrive Zygmunt Bauman gli oggetti utili e indispensabili di oggi” nei “rifiuti di domani”, è un perno del sistema produzione-consumo, almeno quanto l’obsolescenza programmata della quale Boni evidenzia giustamente il ruolo sistematico e programmatico nella produzione industriale sin dalla prima metà del secolo scorso è un perno del sistema produzione-consumo. Si stava meglio quando si stava peggio, si potrebbe riassumere ironicamente, riflettendo su come i tempi meno comodi fossero anche meno sani e più poveri. Al di là dell’ironia, però, le controindicazioni di un modello socio-economico e culturale in cui qualunque disagio, scomodità e fatica vengono considerati un fastidio o addirittura un male del quale liberarsi nel minor tempo possibile sono chiare a tutti. Le ricadute negative del nostro sviluppo socioeconomico dell'ambiente sono ormai evidenti e spesso eclatanti, altrettanto lo sono quelle del passaggio dalle “mosse tecniche” basate sulla manualità “come il battere del fabbro” alle conseguenze sul piano occupazionale del perfezionamento tecnologico nel quale “l’umano perde la sua centralità operativa”. Non parliamo poi di quanto sta avvenendo con l’“ipertecnologizzazione” informatica e telematica: numerosi studi invitano a riflettere dati i rischi di indurre una “bolla informativa” ingestibile e di indebolire le nuove generazioni addirittura sul piano neuronale.

Per quanto però l’autore si sforzi di chiarire che “non si tratta di dividere il mondo e le attività in due rubriche separate, naturale e artificiale” poiché “esistono sfumature ambiguità contaminazioni”, il pericolo di cadere in contrapposizioni manichee e in facili quanto erronei rimpianti nostalgici esiste. La difficoltà di gestire i processi della post-modernità è reale ma non la si può risolvere fermando il mondo o riportando indietro le lancette dell’orologio (che peraltro non usiamo più, abituati come siamo a controllare l’ora su uno dei forse troppi ma comodissimi dispositivi dai quali siamo circondati). Passare da una critica in parte condivisibile a una proposta alternativa credibile, che non faccia buttare via il bambino con l’acqua sporca, è estremamente complicato.

Marco Ferrazzoli

titolo: Homo comfort
categoria: Saggi
autore/i: Boni Stefano
editore: Eleuthera
pagine: 224
prezzo: € 14.00