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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 3 - 12 feb 2014
ISSN 2037-4801

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In un letto d’ospedale nasce un poeta

In un letto d’ospedale nasce un poeta

Ha ragione Pierluigi Cappello quando dice che “mettere un poeta al banco di prova di una scrittura narrativa” è una sfida azzardata “come far correre a un centometrista i diecimila piani”. Ma 'Questa libertà’, per l’appunto, è una prova 'narrativa' e non semplicemente 'di narrativa’, poiché, come genere, fonde tre approcci letterari diversi: il romanzo, l’autobiografia e il saggio.

Una poliedricità che si evince sin dal doppio incipit: quello dell’introduzione, “Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore”, e quello del racconto, “Potremmo cominciare così: dire che il bianco è il colore del silenzio che un foglio immacolato è un posto dove tutti i colori sono andati via e ci hanno lasciati soli”. Una scelta che evidenzia il duplice ruolo assunto dall’autore nel libro - di narratore e di protagonista – e che rimarca il ruolo immaginifico e salvifico affidato alla scrittura e alla lettura.

“Non credo esista un mezzo di trasporto più veloce dell’immaginazione”, spiega Cappello al lettore e ai ragazzi ai quali va a fare lezione nelle scuole, e senza questo “incantesimo (…) un libro non è un libro”. Lo scrittore testimonia così un’esperienza, comune a molti amanti della parola, che come protagonista del romanzo vive sin da bambino quando, nel paese di Chiusaforte, in Friuli, acquisisce una capacità anche recitativa tale che – racconta in terza persona - “la voce che il figlio di Toni sapeva leggere qualunque cosa si propagò nel borgo con la velocità di un incendio dentro un fienile”. Una peculiarità che il giovane riversa anche in precoci esperienze di scrittura, tanto brillanti da valergli un premio scolastico.

Ma l’amore per la parola, pur importante, non è una folgorazione assoluta: si inserisce nella storia come uno dei molti elementi della formazione del ragazzino friulano, assieme al trauma del terremoto e al successivo sradicamento, “una casa e la forma di un vivere morirono così, in circa sessanta secondi”, alla passione per il volo, che lo spinge a iscriversi a un istituto aeronautico, e a quella per l’atletica, in cui consegue risultati sportivi significativi: i cento metri in undici secondi e quattro, “il corpo è docile, non dà pensieri, lui è felice”. Sullo sfondo, il racconto descrive poi l’insorgere della civiltà dei consumi simboleggiato dall’acquisto dell’enciclopedia, “il mio solaio immaginario”, e della lavatrice, “un’apparizione innaturale quanto il monolite del film di Kubrick”, con echi che ricordano la narrativa ‘montanara’ di Mauro Corona e, inevitabilmente, quella del corregionale Pierpaolo Pasolini.

Fino al giorno in cui il protagonista si sveglia e “La luce che lo ha abbagliato prende la forma del riflesso d’acciaio e il riflesso d’acciaio la forma di sbarre: una lunga, orizzontale, più in alto del suo viso, e altre più piccole verticali. Tutte insieme compongono la sponda di un letto d’ospedale”. Ha sedici anni e, scrive, “ho lasciato l’equilibrio del mio corpo su un tratto d’asfalto di una strada di montagna”, spezzando le sole cellule “che una volta perdute sono perdute per sempre: le cellule nervose”. Ha sedici anni e quell’incidente sancisce per lui una condanna: “fine pena mai”.

Comincia qui una descrizione che, nel proliferare di diari di malattia a cui stiamo assistendo a livello editoriale, si distingue per l'efficace “trasporto” del lettore nel mondo narrato, quello terribile ma non patetico della paraplegia, di un’immobilità quasi totale, della perdita di autosufficienza e di controllo delle funzioni fisiologiche, dell’accettazione e del superamento della nuova condizione, del ricovero e della riabilitazione. Il libro, così, risponde appieno alla missione ‘straniante’ che lo stesso Cappello affida programmaticamente alla scrittura.

Qui interviene un miracolo molto umano. Durante il recupero fisico, Cappello riscopre a poco a poco proprio la parola: prima quella letta e poi quella scritta, maturando, a partire dai primi versi palesemente montaliani, “Sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, la sua vocazione di poeta. Una vocazione ormai consacrata da diversi, importanti premi e da un'opera omnia, 'Azzurro elementare’, che Rizzoli ha portato in libreria assieme con 'Questa libertà’. “Sono entrato in pronto soccorso la sera del dieci settembre del 1983. Sono uscito dall’istituto di riabilitazione nella mattinata del sedici marzo del 1985. Sono date che si possono scrivere anche così: 10/09/1983 – 16/03/1985 con il trattino in mezzo. E benché inizio e fine abbiano importanza è quel trattino teso fra loro come una fune che riempie di senso l’uno e l’altra (…) ciò che è rimasto in piedi e che ha rappresentato la linea continua tra la vita di prima e la vita di dopo, è stata la letteratura”.

In un letto d’ospedale è nato un importante poeta. Che speriamo non si rammarichi, tornando al dubbio dal quale siamo partiti, se qualcuno lo giudicherà persino migliore come narratore, dopo questa sua prima prova.

Marco Ferrazzoli

titolo: Questa libertà
categoria: Narrativa
autore/i: Cappello Pierluigi
editore: Rizzoli
pagine: 174
prezzo: € 16.00

  

  

titolo: Azzurro elementare
categoria: Narrativa
autore/i: Cappello Pierluigi
editore: Bur
pagine: 244
prezzo: € 10.00