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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 16 - 17 ott 2012
ISSN 2037-4801

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Peste, racconto e interpretazione

Peste, racconto e interpretazione

"Perché una metafisica della peste? Perché la peste è un fenomeno della natura, che però non può essere spiegato su base puramente naturale. C'è qualcosa di fatale, nella peste, qualcosa come un destino". La spiegazione data da Sergio Givone al suo 'Metafisica della peste', pubblicato da Einaudi, è essenziale quanto precisa.

Quasi nessun'altra malattia ha assunto un posto così rilevante nell'immaginario. Alcune patologie si sono imposte in certe epoche storiche - la tisi nell'800, il cancro nel XX secolo, oggi l'Alzheimer - e in coincidenza con determinate contingenze epidemiologiche e culturali. Ma la peste ha dominato le paure degli uomini per secoli, in virtù anche delle sue origini 'esotiche' e belliche (la prima arma batteriologica della storia), assurgendo a locuzione (pestifero, pestilenziale), emblema e icona: 'Il pestifero e contagioso morbo', per l'appunto, come titola un altro saggio recente, scritto da Carlo M. Cipolla per Il Mulino.

I due volumi possono essere letti in parallelo. Givone si concentra sull'aspetto immateriale, attingendo ad alcune delle numerose e famose voci poetiche e letterarie che hanno 'cantato' e pianto questo morbo: Lucrezio, Leopardi, Poe, Camus. E identificandone il più terrifico potere non tanto nelle sue spaventose capacità omicide quanto nel porci in modo ineludibile davanti al quesito fondamentale di ogni filosofia: "Perché siamo al mondo, se dobbiamo morire?".

La catastrofe pestilenziale, la malattia che appare e scompare, non ha senso e soprattutto priva di senso noi e le nostre esistenze. "Una malattia che uccide, ma che può far di peggio, lasciando le sue vittime 'solo' vive, nude e private di qualunque parvenza di civile umanità". Basti ricordare le cronache partecipi e sconcertate riportate dal cardinale Bellarmino dopo una sua visita al lazzaretto.

Perché? Perché siamo sulla terra solo per scontare una colpa? O proprio perché è dalla tragedia più cupa che può nascere la speranza, magari quella nel divino che possa redimerci e darci quel significato che spesso fatichiamo a trovare nella nostra fragile natura?

L'apocalittico scenario delle epidemie di peste è invece illustrato mediante una più corposa trattazione storico-letteraria da Cipolla nel suo volume. Lo storico, autore anche di importanti saggi economici, racconta come ci si difendesse da morbi, infezioni e malattie nelle società che non avevano a disposizione i mezzi di oggi. Vari capitoli evidenziano l'epidemia del 1630, i tentativi di medici e ufficiali di sanità per individuare efficaci sistemi di prevenzione, la collaborazione fra Genova e il Granducato di Toscana, l'andamento epidemiologico a Pistoia. Alcune righe riportate dall'autore ci rimandano però allo stesso immaginario desolato e desolante della lettura 'metaforica' di Givone: "Gli ammalati nel lazzaretto sempre vanno crescendo et non vi è più luogho ove metterli poiché stanno quattro o cinque per letto. Ci è bisogno di cerotti et olii et lo hospidale dice non ne haver più".

Una lettura 'doppia' che, unendo racconto e interpretazione, ricompone unitariamente quello che forse resta, al di là delle cifre che vedono altre patologie strappare alla peste il 'record' assoluto, il più grande flagello sanitario che la storia umana ricordi.

M.F.

titolo: Metafisica della peste
categoria: Saggi
autore/i: Givone Sandro
editore: Einaudi
pagine: 205
prezzo: € 22.00