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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 10 - 6 giu 2012
ISSN 2037-4801

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Lettere dal manicomio di uno scrittore precario

Lettere dal manicomio di uno scrittore precario

Un manicomio criminale della Germania nazista evoca nella nostra mente l'idea della segregazione più occhiuta e repressiva. Invece lo scrittore Hans Fallada nel settembre del 1944, trovandovisi internato a seguito di un tentativo di omicidio commesso durante un'ubriacatura, riuscì a scrivere e a portare con sé dopo la liberazione un diario delle vessazioni subite sotto il regime. A salvarlo sarebbero state la dabbenaggine dei carcerieri, la grafia minuscola e alcune abbreviazioni, peraltro non troppo misteriose ('N' per 'nazismo', ad esempio). La vicenda diventa ancor più incredibile se si pensa che il documento, di eccezionale interesse storico e letterario vista la notorietà dell'autore di 'E adesso, pover'uomo?' e 'Ognuno muore solo', sarebbe rimasto inedito fino al 2009, quando fu pubblicato in Germania per arrivare adesso in Italia con Sellerio.

In 'Nel mio paese straniero' Fallada non si presenta come un martire della libertà o un resistente ma inanella una serie di memorie e di episodi quali delazioni dei vicini di casa, sospetti per le sue amicizie, prepotenze commesse da militanti nazisti e ufficiali pubblici, durissimi giudizi sulla dittatura che terrà sotto scacco la Germania fino a pochi mesi dopo. Fallada, insomma, non è certo l'Otto Quangel del suo romanzo postumo, che rischia la vita per distribuire cartoline anti-naziste. È molto più simile al "kleiner Mann" descritto nel celeberrimo libro del 1932, Johannes Pinneberg, tipico rappresentante della borghesia tedesca che subisce le involuzioni della storia e i rovesci della fortuna, un personaggio utilissimo a comprendere l'umore del quale riuscì ad avvantaggiarsi Hitler per la presa del potere.

Il suo autore gli somiglia. Il nazismo lo piega come scrittore e come uomo: torna preda di droghe e alcol, mandando a monte il matrimonio (è un improvvisato tentativo di uxoricidio a portarlo in manicomio, nelle more del divorzio) e in qualche modo la sua vita, che terminerà poco dopo la guerra. Davanti alle intimidazioni della critica di regime per i suoi lavori più impegnati, risolve sbarcare il lunario con racconti per bambini o commerciali. A Rudolf Ditzen (questo il vero nome di Fallada) si adatta più il termine di "precario" usato da Mario Rubino nel contributo conclusivo del libro, che quello di "perseguitato".

Secondo le note editoriali 'Nel mio paese straniero' viene raccolto dall'autore in un fascicolo intitolato: 'L'autore non gradito. Le mie memorie dei dodici anni sotto il terrore nazista'. In qualche modo, forse, Fallada sente di dover spiegare perché, nonostante il nazismo lo abbia danneggiato e umiliato come uomo e scrittore, a differenza di quanto fecero molti altri esponenti della cultura tedesca, Thomas Mann su tutti, non abbia mai voluto lasciare la Germania, pur avendone avuta occasione. Intuendo la fine della guerra, insomma, intende lasciare ai posteri la spiegazione o forse la giustificazione del suo comportamento. "È vero, sono un debole, ma non sono cattivo, non lo sono mai stato", suona come una delle sue confessioni più sincere.

Marco Ferrazzoli

titolo: Nel mio paese straniero
categoria: Narrativa
autore/i: Fallada Hans
editore: Sellerio
pagine: 361
prezzo: € 14.00