Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 12 - 13 ott 2010
ISSN 2037-4801

Libreria

Janet Frame, una schizofrenica normalità

Janet Frame, una schizofrenica normalità

L'eccezionalità di quest'autobiografia di Janet Frame sta nella sua normalità, nell'assoluta mancanza di elementi straordinari, di vicende avventurose, di avvenimenti epocali. E però nella capacità, ad essa intersecata, di fissare nell'attenzione del lettore i dettagli più minuti, i fatti quotidiani e soprattutto i conseguenti riverberi interiori. L'infanzia e la giovinezza della protagonista sono segnate dalla dentatura guasta e dai capelli fuori posto, dalla sensazione di inadeguatezza rispetto alle coetanee e dalla contraddittoria pedagogia domestica, con un padre che nasconde la propria debolezza con l'autoritarismo e una madre benevola fino alla sottomissione, adorata dalla figlia che da lei trarrà la passione per la scrittura. Insomma, una ‘formazione' simile a quella di centinaia di bambine e ragazze di ogni luogo e tempo, nella quale però c'è già la cifra della futura scrittrice, la maggiore gloria letteraria neozelandese insieme con Katherine Mansfield.

Sono infatti il ricorso all'immaginazione come via di fuga dallo squallore e dal dolore della realtà e il suo trasferimento nella scrittura - insieme con l'ambiente famigliare segnato dalle morti in fotocopia di due sorelle e dall'epilessia di un fratello - a determinare un'incredibile diagnosi di schizofrenia nei confronti della Frame, che subirà alcuni prolungati ricoveri dei quali resterà il dettagliato diario in ‘Gridano i gufi'. L'orrore di un sistema ospedaliero nel quale non vengono praticate né diagnosi né terapie degne di questo nome, però si ricorre con la massima indifferenza a  lobotomie ed elettroshock (200 quelli inflitti alla scrittrice), entra ovviamente anche in quest'imponente opera (tre libri divisi in cinque parti per oltre 700 pagine, nella meritoria edizione di Neri Pozza) ma senza ostentazione né tantomeno rancore: i particolari più raccapriccianti vengono anzi sfumati.

Se la scrittura è stata, in qualche modo, la motivazione della condanna della Frame (che in manicomio veniva non a caso sbeffeggiata dalle infermiere come "Miss Istruita"), i ricoveri finiscono per costituire, grazie all'intermediazione di alcuni mentori come Frank Sargeson, il terribile rito di iniziazione alla letteratura di professione. "Fu la scrittura a salvarmi", spiega l'autrice con la consueta semplicità, con il tono quasi dimesso che la caratterizzerà anche una volta raggiunta la fama: una sorta di cicatrice del tempo in cui scusarsi di esistere era per lei l'unica modalità per sostenere le relazioni con gli altri e "Una ragazza incantevole, non dà nessun disturbo" era il complimento che le veniva rivolto più di frequente.

Con questa scrittura aggraziata, Janet Frame riesce a rendere straordinario la ‘normalità' della sua vita e a farcene condividere piccoli e grandi drammi con la commozione che Jane Campion ha trasferito nel film tratto da ‘Un angelo alla mia tavola'. Una commozione che è stata prima di tutto della regista, come scrive lei stessai n un'introduzione che si consiglia però di leggere a mo' di postfazione.

Marco Ferrazzoli

titolo: Un angelo alla mia tavola
categoria: Narrativa
autore/i: Frame Janet
editore: Neri Pozza
pagine: 703
prezzo: € 20.00