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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 11 - 1 giu 2021
ISSN 2037-4801

Recensioni a cura di Patrizio Mignano

Sulle orme di Humboldt
Saggi

Sulle orme di Humboldt

“Giunto a Rio de Janeiro a bordo del Beagle”, così scrive Charles Darwin al suo professore e amico Henslow il 18 maggio 1832: "Prima ammiravo Humboldt, ora quasi lo adoro; soltanto lui sa dare un'idea dei sentimenti che pervadono l'animo quando si giunge per la prima volta ai tropici". Dieci anni dopo Alexander von Humboldt, trovandosi a Londra, chiederà di poter incontrare Darwin, dal quale aveva ricevuto nel 1839, fresco di stampa, il Journal of researches (il Viaggio di un naturalista intorno al mondo). Con queste parole, nell'autobiografia, Darwin ricorderà il vagheggiato incontro con il suo mito di gioventù: "Un giorno, durante una colazione in casa di Sir R. Murchison, incontrai il famoso Humboldt, che mi onorò chiedendo espressamente di vedermi. Io rimasi un poco deluso del grand'uomo, ma probabilmente solo perché le mie aspettative erano eccessive. Non ricordo molto della nostra conversazione, se non che Humboldt era assai allegro e parlava molto". Infine, nel 1881, un anno prima della morte, così Darwin scriverà all'amico Hooker: "Penso di essermi espresso male su Humboldt. Avrei dovuto dire che è stato notevole più per il suo incredibile sapere che per l'originalità. L'ho sempre considerato, infatti, il fondatore della distribuzione geografica degli organismi". Queste brevi citazioni delineano perfettamente l'evoluzione del giudizio di Darwin sulla figura dell'esploratore e naturalista tedesco: si passa dalla entusiastica infatuazione giovanile, alla delusione dell'incontro personale, per arrivare infine all'obiettiva rivalutazione critica dello scienziato avvenuta in tarda età.

Una parabola valutativa, quella di Darwin, che rispecchia quasi metaforicamente, la più ampia parabola della notorietà e della rilevanza scientifica dell'opera di Humboldt dall'Ottocento a oggi. Dopo i tempi dell'entusiastica fama mondiale, quando lo scienziato veniva salutato da entrambe le sponde dell'Atlantico come "il Monarca della scienza" o "l'Aristotele moderno" - e i suoi scritti tradotti nelle principali lingue europee - alla fine dell'Ottocento Humboldt scompare quasi del tutto dalla letteratura scientifica dei principali autori nel campo delle scienze naturali, per poi riemergere ultimamente in opere scientifiche e divulgative, non tanto come scienziato ingiustamente dimenticato quanto piuttosto come riconosciuto capostipite dell'odierna schiera di naturalisti che, critica verso la iper-specializzazione, privilegia un approccio alla natura universalista, globale, interdisciplinare, interrelazionale ed ecologico, del quale egli fu l'illustre fondatore (“tutto è interconnesso!”, scriveva nei suoi appunti). Una schiera che si avvale inoltre di un linguaggio scientifico che, come quello adottato da Humboldt, cerca di non perdere di vista i fini didattici e letterari della scienza.

Nell'attuale corrente di rivalutazione critica dell'opera di Alexander von Humboldt si pone il libro “Tracce di Humboldt” di Claudio Greppi, edito da Asterios. L'opera, corredata di molte opportune illustrazioni, è una raccolta di saggi di grande cultura che, sebbene non sempre incentrati sulla figura di Humboldt, hanno costantemente come filo conduttore i riferimenti alla sua opera e al suo multiforme influsso scientifico sulla cultura dell'epoca.

All'Humboldt studioso della storia della scoperta del Nuovo Continente, infatti, si ispira la prima delle quattro parti del libro, dedicata al tema dei viaggi di scoperta dei grandi navigatori del XV e XVI secolo, e ai problemi da loro incontrati nella misurazione delle dimensioni del globo terrestre. Humboldt emerge anche nella seconda parte del libro, che tratta la figura dell'artista-viaggiatore, che da metà Settecento in poi viene imbarcato in quasi tutti i viaggi esplorativi nei Paesi esotici, per rappresentare, in una forma pittorica sempre più fedele alla realtà, la fisionomia dei paesaggi, delle popolazioni e delle specie, soprattutto vegetali, incontrate durante la traversata. Un'attività artistica, sapientemente analizzata da Greppi nel contesto storico, estetico e scientifico dell'epoca, che contribuì "alla formazione di un vero e proprio inventario iconografico dei paesaggi in tutti gli angoli del globo, e stimolò un nuovo interesse per la distribuzione geografica degli organismi". Lo stesso Humboldt aveva infatti dedicato particolare attenzione, sia artistico-letteraria (Quadri della natura, Vues des Cordillères, ecc.) sia teorica (Cosmos), alla fedele raffigurazione della fisionomia dei paesaggi, specie quelli tropicali, intrattenendo con molti artisti-pittori rapporti di amicizia e di collaborazione.

Dopo una terza parte, dedicata a una sintetica biografia dell'esploratore-scienziato prussiano, focalizzata soprattutto sulle numerose e poliedriche pubblicazioni scientifiche che evidenziano in Humboldt "un modo di procedere affannoso e non sistematico", Greppi, prendendo spunto dalla metabiografia humboldtiana di Nicolaas Rupke (una biografia delle biografie di Humboldt), conclude il suo libro con una disamina della parabola del mito di Humboldt e dei rapporti tra geografia ed evoluzionismo darwiniano, in cui “intervengono” brevemente anche Ernst Mayr e Stephen J. Gould.

Humboldt muore nel 1859, anno della pubblicazione dell'Origine delle specie: in quella data un mondo finisce e se ne apre un altro. Quale traccia rimane della immensa opera di Humboldt dopo la rivoluzione darwiniana? si chiede Greppi. Certamente "il modo di presentare lo studio dei fenomeni anche sotto forma di dimostrazione grafica, come carte, sezioni, grafici", ma anche l'importanza del ruolo dell'iconografia artistica nella diffusione delle conoscenze naturalistiche. Humboldt, prima di Attenborough, aveva perfettamente capito che l'aspetto visivo è fondamentale per la diffusione dotta e divulgativa del sapere scientifico.

Federico Focher

titolo: Tracce di Humboldt
categoria: Saggi
autore/i: Greppi Claudio
editore: Asterios
pagine: 256
prezzo: € 27.00