Faccia a faccia

Una vita per i libri, dalla cattedra al mercato

Gian Arturo Ferrari
di M. F.

La carriera di Gian Arturo Ferrari inizia presso l'Università di Pavia, come professore di Storia della scienza e del pensiero scientifico: a questa attività affianca poi quella editoriale, nella quale crea uno dei maggiori gruppi librari internazionali

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Gian Arturo Ferrari, dopo il Collegio Ghislieri e la laurea in Lettere classiche a Pavia, ha condotto una doppia vita: docente di Storia della scienza e del pensiero scientifico presso la stessa Università ed editore con Mondadori, Boringhieri, Rizzoli. A un certo punto ha deciso di abbandonare l'insegnamento e dedicarsi full time ai libri, rendendo Mondadori uno dei maggiori gruppi editoriali a livello internazionale, nel quale sono confluiti Einaudi, Electa, Sperling&Kupfer, Edumond, Piemme. È stato poi consulente del ministero dei Beni culturali ed è editorialista del Corriere della sera. Lo hanno definito “l'uomo più potente dell'editoria italiana” o il suo “capo carismatico”, ma anche “Don Arturo Ferrari” e “il Professore”. Sposato due volte, ha due figli.

Partiamo dalla prima delle “due vite”, l'insegnamento: che importanza ha e ha avuto, cosa le ha dato anche in termini umani? 

Insegnare è fondamentale soprattutto per farsi capire. Insegnando si impara a fare chiarezza: su quello che si sa, ma soprattutto su come dirlo agli altri, su come spiegarlo. È una grande scuola di comunicazione, la più solida: perché c'è un messaggio preciso da trasmettere, perché ci sono persone fisiche precise come destinatari e soprattutto perché, di conseguenza, il ritorno che si ottiene è particolarmente misurabile. In genere i professori, almeno i migliori, si riconoscono quando parlano: e non per la supponenza didattica o accademica, tutto il contrario.

Quanto è importante l'alfabetizzazione scientifica, ambito in cui è stato direttamente coinvolto come docente?

In Italia la cultura scientifica, purtroppo, è molto carente: soprattutto rispetto agli altri Paesi europei avanzati come la Germania, la Francia, la Gran Bretagna. È prima di tutto un problema di formazione di base. La scienza non è l'unica forma di conoscenza e, anzi, opera in ambiti applicativi a volte molto ristretti: la sua grande importanza consiste nel basarsi su un metodo condiviso che, sempre e comunque, permette di giungere a delle “verità”, per quanto parziali e provvisorie. In Italia invece l'istruzione, sia scolastica sia universitaria, lascia passare l'idea che tutto sia opinabile, che tutte le opinioni si equivalgano. Dovremmo invece affermare il concetto che il nostro sapere, per quanto debole e flebile sia, permette di “vedere” qualcosa di reale, come la luce di un fiammifero. Questa idea di verità e di sapere basata sul dato di fatto, nel nostro sistema educativo e formativo, non è affermata adeguatamente. Passa così l'idea che basti cercare su Internet, dove ovviamente si possono trovare mille opinioni diverse.

A proposito di new media: il libro come oggetto materiale è destinato a soccombere alla digitalizzazione, come molti paventano, o riuscirà a governarla, come sembrano dire i dati? 

Io a dire il vero non ho mai pensato che l'avvento di un mondo digitale avrebbe scalzato il libro. E tanto meno lo temo. Ritengo ovviamente essenziale leggere, e leggere libri, ma dobbiamo ammettere con onestà che la lettura è una pratica difficile: cercare di diffonderla sostenendo che si tratta di una cosa facile è solo una menzogna controproducente. La lettura è faticosa dal punto di vista neurologico, noi non ci rendiamo neppure conto di quanto sia complessa l'azione che il nostro cervello deve svolgere correndo con gli occhi lungo una serie di caratteri stampati. Quello che dobbiamo invece far comprendere è che, proprio per questa sua difficoltà, la lettura consente di ottenere frutti straordinari, per esempio rispetto alla fruizione di video, che è molto più agevole ma molto più passiva.

Libro vs video, ma anche libro cartaceo vs digitale, dicevamo…

Quale sia il supporto sul quale si legge un libro - cartaceo, digitale o elettronico - non mi interessa, non è proprio questa la battaglia che mi appassiona condurre. Io personalmente sono un onnivoro, leggo in qualunque modo e su qualunque supporto. E comunque su consiglierei di attendere, perché le evoluzioni tecnologiche in genere hanno processi a lungo termine: prima di arrivare a comprendere quanto un'innovazione sia impattante bisogna attendere a lungo: pensiamo a quanto è accaduto con i treni, al tempo trascorso dalla loro invenzione alla loro diffusione. Noi siamo condizionati dal caso del cellulare, che in effetti ha sconvolto le nostre abitudini nell'arco di pochissimi anni, ma si tratta di un'eccezione nella storia della tecnologia e dell'innovazione.

È un fatto però che la lettura tradizionale tra le giovani generazioni sia rara e difficoltosa, che si può fare?

In linea di massima sono moderatamente ottimista. Soprattutto sulla possibilità che i media elettronici consentano una maggiore diffusione della lettura, poiché renderanno i libri sempre più economici e a portata di mano delle enormi masse di analfabeti, che nel mondo sono ancora costituite da centinaia di milioni di persone. Solo che noi non ci pensiamo, perché viviamo nella fortunata parte dove la cultura e l'alfabetizzazione sono più diffuse.

Ha sempre sostenuto che in editoria bisogna anche “fare i soldi”. Come si possono coniugare finalità commerciali e culturali del libro? 

La polemica dell'editoria colta contro quella commerciale si basa su un equivoco, non si considera cioè che l'editoria come industria nasce a metà '800, anche se in Italia arriva a fine '800, per ragioni molto banali: in particolare, per consentire alle donne britanniche di classe sociale abbiente di leggere storie d'amore. Rifacendomi alla mia esperienza personale, penso che mi sarei annoiato molto se mi fossi occupato esclusivamente di libri commerciali o soltanto di libri colti di élite. Cimentarmi con il libero commercio mi è piaciuto, dico sempre che l'editoria è un commercio: con un'anima, ma un commercio.

Ricordi un autore dei tanti grandissimi con cui ha lavorato o che ha conosciuto.

Se dovessi davvero scegliere l'autore più grande con il quale ho lavorato non riuscirei a fare un nome. Ma posso dire che Calvino è stato il più difficile, perché era una persona chiusissima e timidissima.

E un giovane, almeno relativamente tale, dei tempi più recenti?

Avvicinandoci ai nostri contemporanei sono altrettanto imbarazzato, ma per scegliere un ex giovane, diciamo così, direi Niccolò Ammaniti: è una mia scoperta della quale mi vanto, lo considero un grandissimo scrittore, oltre che un grandissimo amico.

Chiudiamo con la diatriba dei Saloni del libro tra Milano e Torino, come la giudica?

Il Salone di Milano è stato un esperimento fallito anche se basato su un presupposto giusto, quello di una fiera sostenuta dagli stessi editori, considerando che quello di Torino è finanziato esclusivamente da enti pubblici. Dobbiamo però chiederci con franchezza a cosa entrambe queste iniziative servano: senz'altro per creare uno spirito di comunità tra i lettori, ma altrettanto certamente non per allargarla. E comunque entrambi si svolgono al Nord, che ha già un livello di alfabetizzazione e di consumo culturale analogo a quello europeo: il nostro drammatico problema è al Sud. Anche da questo punto di vista abbiamo, purtroppo, due Italie nettamente separate.

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