Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 1 - 10 mar 2010
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Giuliano Montaldo, un regista ad alta definizione

Giuliano Montaldo, un regista ad alta definizione

Un esordio come attore, poi una lunga carriera di regista cinematografico, segnata da premi e riconoscimenti prestigiosi e con opere del calibro di  ‘Sacco e Vanzetti' (1971).  Dopo aver diretto lo sceneggiato ‘Marco Polo', venduto in 76 nazioni e premiato agli Emmy Award, negli anni '80 conduce con la Rai i primi esperimenti al mondo di riprese in alta definizione. Grande appassionato di lirica, si dedica alla regia di opere, con epici allestimenti come quello della Tosca allo stadio Olimpico. Dal 1999 al 2003 è stato Presidente di Rai Cinema.

Quando e come è nato il suo amore per il cinema?
L'amore è nato presto, e fragorosamente. La mia infanzia si è svolta nei rifugi antiaerei, sotto i bombardamenti, dove i giochi non esistevano. Nell'immediato dopoguerra scoprii che nella mia parrocchia c'era un teatro abbandonato. In quello spazio vuoto, a 15 anni, col  desiderio di divertirmi, mi inventai attore e regista dei miei amici. Facevamo due recite, il sabato e la domenica, registrando sempre il tutto esaurito. Poi fui ingaggiato da Lizzani per il film ‘Achtung Bandit!' e mi trovai accanto a Gina Lollobrigida, Lamberto Maggiorani e Andrea Checchi, attori che guardavo con ammirazione. A mano a mano, ho poi iniziato a occuparmi di regia.

Mentre riscuoteva i primi successi in teatro, riusciva altrettanto bene a scuola?
Direi di no. Spesso marinavo le lezioni e mi mettevano sempre in fondo, perché ero alto. Nelle materie scientifiche andavo particolarmente male. Devo ringraziare un preside comprensivo: mi fece capire che un regista doveva esser colto, conoscere Shakespeare e Goldoni, studiare la storia.  Che, quando mi sono imbattuto in grandi personaggi come Giordano Bruno - cui ho dedicato tre anni di vita - e Marco Polo, è diventata la mia grande passione.

Oggi che rapporto ha con la scienza?
Cerco di tenermene alla larga. A Mosca ho conosciuto il fisico Bruno Pontecorvo, che era fratello di Gillo, il regista della ‘Battaglia di Algeri'. Gli chiesi di spiegarmi i suoi esperimenti sul neutrino. Lui iniziò a parlarmene, ma dopo pochi minuti lo fermai: ero frastornato! La scienza è troppo vasta, mi annichilisce.

Nel suo lavoro che rapporti ha con le tecnologie?
Nel 1981 con ‘Arlecchino' sono stato il primo al mondo, assieme a Vittorio Storaro, a sperimentare per la Rai le riprese in alta definizione. Quello dell'HD doveva essere un percorso veloce, ma la lotta tra le lobby industriali ha rallentato il processo. Per quanto riguarda le tecnologie domestiche invece, dai cellulari ai computer, sono sconcertato dalle capacità dei giovani. E' il destino di tutte le vecchie generazioni.

In che modo tecnologie come quelle utilizzate nel film ‘Avatar' cambiano il ruolo del regista?
Credo che impongano una limitazione oggettiva. Nel 1985 andai a Los Angeles nello studio Zoetrope di Francis Ford Coppola per realizzare un 'inferno' ad alta definizione: le apparecchiature  occupavano intere stanze. In pochi anni tutto quel materiale, che era costato a Coppola un enorme investimento, è diventato obsoleto. I mezzi mutano continuamente, stare al passo è costosissimo. Di conseguenza i migliori esperti di queste tecnologie si fanno pagare bene, non possono essere ingaggiati con i budget delle nostre produzioni, e questa inaccessibilità crea oggettive limitazioni. Oggi dare corpo in un film a una visione onirica, adeguata al livello a cui gli spettatori sono abituati, può essere impossibile.  

Nel 2010 dovrebbe uscire ‘L'industriale', il suo prossimo film. Di cosa parla?
Parla di un imprenditore che combatte con le banche, con la sua coscienza, con la paura di chiudere. Un tema direi attuale. Non so tuttavia se riuscirò a finirlo per quest'anno.

Nel suo lavoro ha avuto mai a che fare con storie o personaggi legati al mondo della scienza?
Potrei dire che tutto il mio lavoro, il mio impegno, è ‘scienza della comunicazione'.

Cosa vorrebbe dalla scienza per questo 2010?

Non vorrei una nuova scoperta, ce ne sono fin troppe. Vorrei che non si vedessero più immagini di bambini che muoiono di fame. Vorrei un mondo con più umanità, con più rispetto, un mondo più giusto. 

Claudio Barchesi