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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 1 - 16 gen 2013
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->L'Italia, un luogo comune. Ma sempre meno visitato

L'Italia, un luogo comune. Ma sempre meno visitato

Volto inconfondibile della televisione, occhiali tondi e papillon, modi garbati d'altri tempi, Philippe Daverio, con la trasmissione 'Passepartout', di cui è stato autore e conduttore su Rai 3 e ora su Rai 5, è entrato nelle case degli italiani, affrontando con sapiente leggerezza temi di nicchia della cultura: arte, architettura, design, moda. Nato a Mulhouse, in Alsazia, Daverio è storico dell'arte, giornalista, professore universitario, direttore della rivista 'Art e dossier'. Per Rai 5 ha ideato e condotto anche 'Emporio Daverio'. Ha recentemente pubblicato 'Il museo immaginato' (Rizzoli)  'L'arte di guardare l'arte' (Giunti) e 'Il secolo lungo della modernità' (Rizzoli), ultimo lavoro, nel quale ci accompagna dalla Rivoluzione francese alla Prima guerra mondiale, attraverso oltre 600 opere d'arte. Lo abbiamo incontrato in occasione del ricevimento del premio 'Herity', nell'ambito di un convegno sulla comunicazione dei beni culturali.

In Italia quanto c'è ancora da fare per comunicare il nostro patrimonio?

Praticamente tutto, la comunicazione in questo campo è veramente ridotta al minimo: in molte istituzioni che si occupano del patrimonio mancano le competenze specifiche, spesso ci si affida ad agenzie che trattano i beni culturali alla stregua di un prodotto commerciale e anche quelle più specializzate rispondono a una logica di profitto. Sarebbe invece auspicabile che nelle strutture deputate si formassero professionalità adeguate.

A tale riguardo, cosa pensa delle tecnologie dell'informazione, come la realtà virtuale, applicate nei musei e siti archeologici?

Che è rarissimo trovare sistemi ben fatti, come quelli allestiti per il Museo della città di Bologna recentemente aperto. 

Gli italiani conoscono poco il proprio Paese. Secondo lei da cosa dipende?

Gli italiani amano principalmente il calcio, i 'tronisti' e le veline. D'altronde sarebbe illusorio pensare a un interesse generale per l'arte che non c'è mai stato. In Italia la cultura è stata sempre prerogativa di una fascia elitaria del 5-10%, che peraltro in termini quantitativi non è affatto disprezzabile: parliamo di alcuni milioni di persone. Il guaio è che siamo solo al sesto posto tra i paesi più visitati e fra poco finiremo all'ottavo, mentre agli inizi del XX secolo eravamo al primo.

Abbiamo però mostre di notevole richiamo. L'arte ha successo solo in modo estemporaneo?

Oggi nella comunicazione predominano gli 'eventi'. Di per sé il fenomeno è comprensibile, salvo poi prendere la strada della banalità come quando si propinano gli Impressionisti 'in tutte le salse', mentre si oscurano correnti e periodi che andrebbero fatti conoscere almeno a quella minoranza potenzialmente coinvolgibile. Qui dovrebbe intervenire il senso di responsabilità di chi decide, ossia della politica, attualmente condizionata da una percezione abbastanza rozza, basata su alcuni luoghi comuni della cultura che non vengono mai messi in discussione. Tutti vanno alla mostra di Renoir e all'inaugurazione nella sede di moda ma non sanno niente dell'artista. Da qui deriva una sorta di lungo percorso di banalizzazioni dei comportamenti, sicché tutto il bellissimo museo diffuso che è l'Italia praticamente non viene mai conosciuto. Questo fenomeno è legato d'altronde alla cultura della nostra epoca, quella che ha portato dal pop al trash, cioè alla riduzione dei temi complessi alla loro massima semplificazione, aumentandone la potenza di comunicazione ma danneggiando sia l'oggetto di cui si parla sia i destinatari.

La tv può alfabetizzare un pubblico più vasto all'arte, alla stessa stregua di quanto è avvenuto con i grandi romanzi portati sul piccolo schermo?

Ci vorrebbe un impegno maggiore e, soprattutto, che l'azienda ci credesse. E il paragone con il romanzo mi pare illusorio: anche allora lo spettatore non entrava nel profondo della letteratura e non è che quegli anni abbiano preparato l'Italia a leggere di più. Il nostro Paese, anzi, nella Comunità europea rimane tra quelli dove si legge meno.

Cosa ne pensa del mecenatismo contemporaneo?

Bisogna distinguere tra la sponsorizzazione pubblicitaria, che è comunque molto utile, e il mecenatismo gratuito che presuppone un progetto morale. Per esempio, Diego della Valle ha condotto un'operazione di comunicazione aziendale molto intelligente: meglio aver investito sul Colosseo che nella pubblicità cartacea o televisiva. Ma questo non è mecenatismo, è sponsorizzazione aziendale. Il mecenatismo autentico in Italia non c'è, né quello dei donatori anonimi, né quello ispirato a un progetto sociale sul modello anglosassone.

Se potesse, cosa proporrebbe per il nostro patrimonio culturale?

Un grande concorso di ammissione al ministero dei Beni e delle attività culturali, molto selettivo ma che preveda per gli ammessi una successiva formazione, con la prospettiva di una carriera attraente anche dal punto di vista stipendiale. Ci sono tantissimi laureati in beni culturali e storia dell'arte a spasso, vuole che non troviamo persone preparate? L'Italia, se non vuole morire, nel giro di dieci anni si deve reinventare un'élite, questo è il miracolo da compiere.

La ricerca scientifica può aiutare il settore?

La concezione scientifica e la vita della cultura vanno abbastanza di pari passo in un paese lungimirante, ma non da noi, dove sono due aree moribonde. La ricerca serve alla scienza, ma serve soprattutto alla filosofia e all'arte, soprattutto a quella contemporanea.

Sandra Fiore