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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 19 - 5 dic 2012
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Quel ritmo che lega giornalisti e musicisti

Quel ritmo che lega giornalisti e musicisti

La carriera di giornalista di Antonio Di Bella inizia nel 1978, nella redazione milanese della Rai, da dove collabora spesso per il Tg1. Nei primi anni Novanta diviene corrispondente da New York e poi conduttore dell'edizione di mezza sera del Tg3; nel 1996 torna a Milano come responsabile. Dal 2001 al 2009 è a capo del Tg3, quindi viene nominato direttore di Rai 3, carica che riprende nel settembre 2011 dopo una nuova esperienza come corrispondente da New York. Collabora, inoltre, con la trasmissione di Radio2 'Caterpillar' e nel 2012 riceve il Premio America della Fondazione Italia Usa. Ha appena assunto  l'incarico di corrispondente da Parigi.

Dal suo esordio, l'attività di giornalista è cambiata molto anche grazie alle tecnologie. Quale ritiene sia stata la trasformazione più importante?

Il computer e internet. Quando sono entrato in Rai le notizie arrivavano ancora attraverso le telescriventi, macchine antiche e rumorose che sfornavano senza interruzione infiniti rotoli di carta con le notizie di agenzia. Ogni redazione aveva un colore diverso. La carta era una velina colorata (un colore diverso per ogni redazione), sulla quale l'inchiostro spesso diventava illeggibile. Niente di paragonabile alle notizie che ti arrivano in tempo reale sul tuo dektop. E poi l'elettronica in generale. Quando ho cominciato si girava ancora in pellicola e bisognava calcolare bene i tempi, tornando in redazione almeno un'ora prima della messa in onda per montarle in moviola. Oggi si va in onda praticamente sempre in diretta e con molta maggiore agilità.

Dal Tg regionale al Tg1, corrispondente e anchorman per il Tg3 in quale di queste vesti si è sentito più a suo agio come giornalista?

Un giornalista trova soddisfazione in tanti aspetti della professione. Certo poter racconta un paese che si ama stando sul posto è un privilegio fuori dal comune.

Cosa l'affascina in particolare degli Usa e di New York, dove è stato a lungo corrispondente?

New York mi fa uno strano effetto: mi sento più a casa lì che in qualsiasi altra parte del mondo. Si ha l'impressione di vivere al centro dell'impero, a contatto con gente di provenienza diversa, di culture differenti. Uno stimolo continuo, un esempio di tolleranza e di convivenza, con tutti i problemi connessi. E poi, vivendo a Brooklyn, sembra di respirare l'aria dei milioni pur emigranti italiani che hanno vissuto e sofferto in questi luoghi.

Con che spirito si prepara al prossimo impegno professionale in una grande città europea come Parigi?

Quella di restare in Europa e di non tornare, sarebbe stata la terza volta, nella mia amata New York non è stata una scelta a caso. Credo che il Vecchio Continente stia vivendo un momento cruciale: o si va verso gli Stati Uniti d'Europa o l'insieme degli egoismi nazionali ci farà scivolare verso il disastro. Capire i valori comuni e superare le dimensioni nazionali è la sfida di oggi e di domani: spero, nel mio piccolo, da Parigi, di dare un contributo. Lo capiscono meglio di noi i nostri figli, che girano l'Europa ben più delle vecchie generazioni: città come Berlino oggi sembrano attrarre come New York negli anni '70.

Quali sono le differenze più evidenti tra il giornalismo americano e il nostro?

Si parla spesso di giornalismo anglosassone 'cane da guardia', contrapposto a un giornalismo 'mediterraneo' più sensibile al potere politico. In realtà esiste soltanto del giornalismo più o meno buono. E non conosco nessuno più anglosassone, in questo senso, della nostra italianissima Milena Gabanelli!

Un altro suo grande amore è la musica, compone e si esibisce in pubblico. Da dove nasce questa passione e come si concilia con la professione giornalistica?

Mio nonno materno era direttore di orchestra e ho sempre suonato fin da piccolo. A New York poi ho frequentato napoletani e brasiliani e approfondito queste due culture musicali. In fondo giornalismo e musica hanno molte cose in comune. Il senso del ritmo è indispensabile anche per un buon racconto televisivo. Basti pensare a uno dei più grandi colleghi, Piero Angela: è un ottimo pianista jazz e ho avuto l'onore di cantare a casa di amici assieme con lui.

E la partecipazione a Caterpillar? Cosa l'attira della radio?

La radio è immediata, agile e chi ci lavora non ha il culto dell'immagine. Non ringrazierò mai abbastanza gli amici di Caterpillar che mi permettono di scherzare ogni giorno con loro. Mi prendo e mi prendono in giro, quasi una terapia per evitare la malattia più diffusa fra i giornalisti: prendersi troppo sul serio.

Rai Tre propone molti programmi di inchiesta e approfondimento. Qual è stato il suo contributo al palinsesto di rete?

La costruzione di un palinsesto è un'impresa collettiva che dura nel tempo. Ho ereditato e rafforzato tanti bei programmi dal mio predecessore Paolo Ruffini, che a sua volta li aveva avuti in consegna da Giuseppe Cereda. Ognuno aggiunge qualcosa che lascia al suo successore. Il ritorno di Fazio e Saviano sugli schermi Rai lo considero il mio risultato più importante che passo ad Andrea Vianello.

RaiTre dà anche spazio alla scienza con trasmissioni quali Elisir, Cose dell'altro Geo, Geo scienza, Ulisse. Pensa che questi programmi divulgativi aiutino a far comprendere l'importanza della ricerca per lo sviluppo del Paese?

Avvicinare i giovani alla scienza ma anche alla storia, alla letteratura, all'arte è molto importante. La divulgazione deve essere uno degli elementi fondanti del servizio pubblico. E senza fare nomi di questo o quel programma, per non far torto a nessuno, posso confermare che nel Dna della mia Rai Tre questo tipo di vocazione è stato fortissimo. Non a caso abbiamo avviato alcune joint ventures con Rai storia, il canale di Rai Educational diretto da Silvia Calandrelli.

R.B.