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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 12 - 13 lug 2011
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Maiorca: così, immergendomi, ho battuto la scienza

Maiorca: così, immergendomi, ho battuto la scienza

Nato il 21 giugno nel 1931 a Siracusa,  il campione d'apnea Enzo Maiorca vanta molti record d'immersione, tra i quali lo spettacolare -101 mt in assetto variabile del 1988, raggiunto a 57 anni d'età. Indiscusso padre della subacquea italiana assieme a Luigi Ferraro e Duilio Marcante, Maiorca, oltre al mare, è stato scrittore e, per un breve periodo, parlamentare. Per il suo 80° compleanno è stato premiato alla Festa della marineria della Spezia, dove ha presentato il suo ultimo romanzo, 'Sotto il segno di Tanit' (Mursia).

Il mare. Era questa la vita che voleva, il suo sogno di bambino?

Sì, questo era il mio sogno. Volevo vivere sul mare. La mia carriera sportiva nasce tuttavia da una sorta di rivalsa infantile. Terminato il liceo classico a  17 anni, contavo di andare all'Accademia navale di Livorno, ma a questo mio padre si oppose. Mi proibì, diciamo, il mare orizzontale. A questo punto il mare me lo sono voluto riprendere in verticale, cominciando l'attività subacquea. Da qui discendono i risultati sportivi ai quali sono arrivato.

Come ha iniziato a immergersi?

La mia prima immersione in assoluto è stata con una maschera antigas adattata artigianalmente. Con quella ho visto per la prima volta la profondità. Quel giorno ricordo che il mare mi apparve come un forziere, uno scrigno spalancato pieno di tesori preclusi agli uomini della terra.

Cosa spinge verso le profondità estreme, dove si rischia la vita a ogni tuffo?

Io posso parlare per me stesso e per le mie figlie Rossana e Patrizia, che sono state anche loro campionesse d'apnea. Siamo sempre scesi in immersione per noi stessi, per trarre la nostra misura umana dalla profondità, non per la conquista del metro in più. Il mare non lo conquista nessuno. Il superamento delle proprie paure è invece un trionfo interiore bellissimo, che si consegue solo con se stessi, e non ha testimoni, se non il mare stesso.

Nella sua carriera agonistica la scienza e la tecnologia che ruolo hanno avuto?

Io e la scienza abbiamo navigato, se mi consente il termine, in rotta di collisione. Dal 1950 a tutto il 1980 la ricerca medica preconizzava continuamente per me la morte per schiacciamento. I fisiologi indicavano limiti di profondità invalicabili, oltre i quali l'acqua mi avrebbe certo stritolato: però io li superavo. Cominciarono così a capire che c'era qualcosa di sbagliato nei loro modelli. A quei tempi non si conosceva il meccanismo di autocompensazione del corpo umano alla pressione idrostatica. Devo  dire grazie al mare, che ha perdonato bonariamente la mia prosopopea, forse perché la mia superbia d'uomo sotto la superficie dell'acqua si trasformava in rispetto.

Il Cnr ha recentemente brevettato un paio di occhialini per apnea che non richiedono compensazione. Le attrezzature moderne, secondo lei, cambiano il rapporto dell'apneista con la profondità?

Posso confessarle una cosa? Io di attrezzature moderne non ne conosco. Ho sempre le mie vecchie pinne ad ali di farfalla, piccole e leggerissime: spostano poca acqua, ma non stancano. Anche la maschera che uso oggi è quella di sempre.

"Il mare è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare", scriveva Giovanni Verga. A lei il mare ha mai parlato?

Si. Quando ho raggiunto i 101 metri mi ha detto: "Enzo: fermati, non andare oltre". Ho raccolto l'invito e mi sono reso conto che la cesura, il taglio doveva essere netto, definitivo. Il mare ci dice tante cose. Bisogna saperlo ascoltare. E' la scuola migliore che l'uomo possa avere, secondo me.

Qual è il ricordo più bello legato a tanti anni d'immersione? 

Una cosa che è successa a poche centinaia di metri al largo di Siracusa, dove ero in barca con  le mie figlie. Un delfino ha iniziato a nuotarci attorno insistentemente, fino a condurci su una spadara, una di quelle reti killer che, seppur vietate, continuano ad essere gettare nel nostro mare. Il delfino ci ha invitato inequivocabilmente a seguirlo verso il fondo, dove abbiamo trovato ammagliata nella rete la sua compagna. Usando  i coltelli da sub l'abbiamo liberata e riportata su. Era in fin di vita. La delfina in superficie  ha partorito un piccolo delfinotto, e  piano piano, dopo essersi  ripresa, ha iniziato ad allattare. Alla fine tutta la famiglia riunita si è allontanata. E' stata una grandissima emozione. 

Dal mare ha avuto anche l'ispirazione per i suoi romanzi. L'ultimo è 'Sotto il segno di Tanit', di cosa parla?

Parla dell'amore per il mare, ovviamente, e dell'amore verso la vita. E' una storia di un'avventura subacquea tra tonni e pesci che si risolve grazie all'intervento di un palombaro della Regia marina.  Un romanzo tra le cui pagine traspare la mia stessa vita.

Superato il muro degli ottant'anni, che si augura per il nostro Mediterraneo?

Una pulizia maggiore, e una maggiore accortezza di chi ci abita. Sembra che ci sia una proterva ostinazione a distruggerlo questo nostro mare, invece dovremmo fare tutti di più per rispettarlo e difenderlo.

Claudio Barchesi