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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 13 - 3 ago 2011
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Un film è per sempre

Un film è per sempre

Nato come attore e regista di teatro, Daniele Pecci diventa popolare in televisione con le fiction ‘Il bello delle donne' e ‘Orgoglio'. Nel 2005 fa parte del cast internazionale di ‘San Pietro' e ‘Giovanni Paolo II', accanto a Jon Voight e Cary Elwes, per poi essere protagonista nel film tv ‘Eravamo solo mille' di Stefano Reali. Successivamente indossa i panni di Roberto Sanna, ne ‘L'ultimo padrino' con Michele Placido. Sempre per la tv interpreta il ruolo di un medico legale nella serie ‘Crimini Bianchi' e quello di un famoso cardiochirurgo nel film  ‘Tutta la verità' di Cinzia Th. Torrini. Solo nel 2009 Pecci approda al cinema con ‘Fortapàsc' di Marco Risi, a cui segue ‘Mine vaganti' di Ferzan Ozpetek. Più tardi diventa un ufficiale dell'Interpol sulle tracce di Angelina Jolie nella  spy story ‘The Tourist' e figura nel cast di ‘Manuale d'Amore 3' di Giovanni Veronesi. Di recente è tornato al teatro con il capolavoro di Ingmar Bergman ‘Scene da un matrimonio', riadattato da Alessandro D'Alatri.

Ha iniziato come attore e regista di teatro. Tra i due quale ruolo preferisce?

Sicuramente l'attore. Ho lavorato in teatro per oltre dieci anni e ho studiato per interpretare i personaggi. L'esperienza come regista mi ha però permesso di avere una visione globale dell'opera teatrale, dalle singole scene al significato più generale del lavoro da rappresentare. Ed è soprattutto grazie a questa esperienza che sono riuscito a migliorare nella recitazione. L'unico inconveniente è che ora, quando sono sul set, ho qualche difficoltà a farmi dirigere e ad avere una visione solamente da interprete.

Come è approdato alla televisione e poi al cinema?

Dopo tanti anni di teatro ho deciso di scoprire questi due mondi artistici, iniziando a fare una serie di provini, come tutti. Ho avuto la fortuna di essere stato scelto da diversi registi e di passare così alla tv e al cinema con grande slancio.

Come è nata la passione per questo mestiere?

Un po' per caso.  A 16 anni ho iniziato un corso di teatro a scuola e poi, grazie a una borsa di studio, ho potuto continuare a lavorare in questo settore, avendo la possibilità di diplomarmi come attore di prosa, di avere le prime scritture e fare le prime tournée.

Quale ambito di lavoro predilige?

Il teatro, perché è il regno dell'attore. Quando si alza il sipario, il palcoscenico è tutto nelle mani dell'interprete che deve saper gestire lo spettacolo e comunicare con il suo pubblico. Il cinema mi tenta, anche se è il regista a decidere e a condizionare la recitazione: il film però è un'opera d'arte che, a differenza della rappresentazione teatrale, rimane tangibilmente nel tempo e non è affidato solo alla memoria degli spettatori. La televisione invece ha una capacita più divulgativa e didattica, è il luogo dove il grande romanzo riesce ad arrivare al pubblico che difficilmente lo ha letto. Certo, rispetto agli sceneggiati degli anni '60, oggi la televisione è diventata un luogo di disimpegno, con l'invasione di programmi e fiction più leggeri. Forse dovremmo fare come la Bbc che ultimamente sta proponendo, tra le altre cose, interessanti adattamenti sul grande romanzo inglese dell'800.

Come giudica la fiction ‘Crimini bianchi'?

È una fiction a cui ho partecipato con tutto me stesso, anche aiutando gli autori. L'idea era di fare un film di cronaca italiana sul rapporto tra malasanità e politica. Prima di girare ho passato molto tempo a documentarmi sugli strumenti e sulle tecniche medico-chirurgiche, dalle più semplici - come si tengono in mano le pinze e si sutura - a quelle più complesse, per esempio come si eseguono le autopsie nell'istituto di medicina legale. Tutto questo per rendere non solo credibile ma anche tecnicamente corretto il prodotto.  Purtroppo il pubblico non ha potuto seguire l'intera serie, dal momento che la messa in onda è stato sospesa, con tanto di interrogazione parlamentare. 

Dopo questa esperienza la medicina la appassiona di più?

Sono sempre stato attento alle notizie di ambito medico. Ma dopo questo viaggio nella sanità italiana il mio interesse è aumentato notevolmente. Sono rimasto affascinato in particolare da una figura: quella del chirurgo. La sua arte manuale in camera operatoria è simile a quella di un ‘artigiano' nel suo laboratorio.

Con quale regista le piacerebbe lavorare?

Ho già lavorato con due grandi come Marco Risi e Ferzan Ozpetek. Ma se dovessi dire qual è il mio sogno nel cassetto, mi piacerebbe ampliare la mia esperienza professionale con alcuni personaggi che hanno fatto la storia più recente del cinema italiano: da Sorrentino a Garrone, fino a Moretti, Bellocchio e Bertolucci. 


C'è uno scienziato che le piacerebbe interpretare? 

Uno moderno, ad esempio un fisico, un personaggio tipo Einstein. Mi piacerebbe raccontare la sua storia attraverso un'opera, un film, una fiction, poter parlare del mondo della materia, come sono strutturati il micro e il macro cosmo, i fenomeni della luce, del tempo e dello spazio... Come in uno spettacolo che ho visto qualche tempo fa al Teatro Eliseo di Roma, ‘Copenaghen' di Michael Frayn, con Umberto Orsini. Un testo che racconta dell'incontro tra i due fisici Niels Bohr e Werner Heisenberg nella Danimarca occupata dai nazisti e della loro passione per la ricerca.

Come andava a scuola e nelle materie scientifiche?

Durante il percorso scolastico ho speso poco impegno e tanta faccia tosta. Solo all'Università, frequentando il corso di laurea in lettere, ho cominciato ad appassionarmi allo studio e alle materie letterarie.

Prossimo impegno lavorativo?

‘Scene di un matrimonio' di Ingmar Bergman con la regia di Alessandro D'Alatri, in tournée teatrale da novembre nelle più grandi città italiane, fra Milano, Torino, Bologna, Firenze, L'Aquila, per arrivare a Roma intorno a marzo.

Silvia Mattoni