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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 9 - 18 mag 2011
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->L'Alzheimer al cinema, un vero horror

L'Alzheimer al cinema, un vero horror

Proveniente da una famiglia borghese, Giuseppe Avati  detto ‘Pupi' si laurea in Scienze politiche all'Università di Bologna e inizia a lavorare in una ditta di surgelati. Appassionato di jazz, diventa il clarinettista della Doctor Dixie Jazz Band del capoluogo emiliano, dove suona con il giovane Lucio Dalla. Esordisce nel cinema, nel 1968, con la pellicola gotica ‘Balsamus, l'uomo di Satana'. Segue, dopo qualche anno il felliniano ‘La mazurca del barone, della santa e del fico fiorone',  con Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio.

Si fa notare come sceneggiatore nel '75  con  ‘Salò e le 120 giornate di Sodoma' di Pier Paolo Pasolini. Seguono l'horror ‘La casa dalle finestre che ridono' e, per la televisione, gli sceneggiati come ‘Jazz band' (1978) e ‘Cinema!!!' (1979), in cui fa uso della ‘nostalgia dei ricordi', che torna anche in ‘Una gita scolastica' (1983), con cui  vince due Nastri d'Argento.
Seguono pellicole amare come ‘Regalo di Natale' e ‘Storie di ragazzi e di ragazze'. David di Donatello per la migliore sceneggiatura e ‘Nastro d'Argento come miglior regista e migliore sceneggiatura per ‘Storie di ragazzi e di ragazze'. Nel 2003, conquista di nuovo il Donatello per la migliore regia per ‘Il cuore altrove', con la coppia Vanessa Incontrada e Neri Marcorè, attore che torna a dirigere in ‘La seconda notte di nozze'; di poco successivo il biografico ‘Ma quando arrivano le ragazze?' (2005).  Nel 2010 arrivano 'Il figlio più piccolo' e ‘Una sconfinata giovinezza', in cui affronta il delicato tema dell'Alzheimer.

Perché un film su questa malattia?

Per la sua seduttività. L'Alzheimer ha aspetti misteriosi, relativi alla regressione temporale delle persone che ne sono colpite. Per un narratore è affascinante avere di fronte una persona che improvvisamente smarrisce parte del proprio presente e  vede con un nitore insospettabile parti consistenti del proprio passato remoto. È come ritrovare in un computer vecchi file che si pensava di aver cancellato.

Come si è documentato sulla malattia?

Ahimé, in presa diretta: l'ho vissuta in famiglia. Questa  è stata indubbiamente la fonte più ricca e attendibile, dotandomi di una serie di episodi e situazioni. Poi ho letto testi sull'Alzheimer e mi sono servito della consulenza  di specialisti quali la psicogeriatra Luisa Bartorelli e il gerontologo Roberto Bernabei, che mi hanno aiutato a costruire la narrativa su una sorta di cura ‘alternativa'. Attualmente una diagnosi di Alzheimer vuol dire subire una condanna definitiva poiché non esiste un farmaco risolutivo, ma solo medicine che ne rallentano il decorso. Per questo nella mia pellicola propongo come terapia  l'amore.

Come è stato accolta l'opera dal pubblico?

Male. È stato il mio più grande insuccesso. La gente teme questo morbo e, di conseguenza, ha evitato il film, quasi nel timore di venire contagiata. È  stata per me una frustrazione enorme, ma  sono stato  ripagato dai tanti incontri ai quali sono stato invitato a partecipare da parte di centri e strutture che si occupano di Alzheimer: un'esperienza preziosa, che mi ha fatto conoscere una rete di volontari che agisce in maniera efficace nell'assistenza. Da loro il mio film è stato utilizzato come strumento didattico per la formazione dei caregiver.

Quali sono state le difficoltà nel rappresentare cinematograficamente i sintomi?

Non rimanere abbagliati dalle rappresentazioni tipiche del ‘diverso'. I personaggi al limite, ad esempio ubriachi o autistici, costituiscono una tentazione per gli attori. Io e Fabrizio Bentivoglio, che ha interpretato il protagonista, abbiamo cercato di essere misurati: i disturbi della mente non hanno bisogno di un corredo mimico o comportamentale particolari. Abbiamo lavorato per fare di quest'uomo, che precipita in un mondo che lo isolerà sempre di più, un essere che appare a chi lo incontra per strada assolutamente normale. Questo ha reso molto verosimile il film.

Ritiene che il nostro Paese si impegni a sufficienza nella ricerca per contrastare l'Alzheimer?

Decisamente no. E ritengo che grande responsabilità vada anche ai media. Il mio lavoro poteva diventare un pretesto per affrontare  il tema, per spiegare davvero cos'è questa malattia e vincere la soglia di diffidenza nei suoi confronti.

In senso più ampio, come giudica il mondo della ricerca italiano?

È un settore che  soffre, come molti altri, per la carenza di risorse. Una parte dei risultati dipendono però dalle idee, dalla creatività e sono indipendenti dal denaro. Credo in questo senso che il mondo scientifico sia simile a quello artistico: richiede immaginazione. Non c'è una grande invenzione o scoperta che non abbia a monte un'idea forte, originale. Ecco, io temo che il livello di creatività del nostro Paese sia in questo periodo prossimo allo zero, a causa di una diffusa forma di omologazione.

Ha mai pensato di dedicare la sua creatività a una professione scientifica?

No. Sono troppo irrazionale e la scienza fa  i conti con la ragione. Già a scuola nelle materie scientifiche andavo malissimo.  

Se dovesse girare un film ispirato a un personaggio scientifico a chi lo dedicherebbe?

La biografia è un genere letterario che adoro, ma ciò che cerco in essa non è il racconto dell'esistenza del personaggio, bensì il momento che lo ha reso degno di  meritare un racconto. Tra gli scienziati che ammiro c'è Einstein, ma di lui vorrei riuscire a narrare l'attimo magico in cui la sua mente ha concepito la teoria della relatività, questa idea rivoluzionaria.

Quale ricerca vorrebbe che fosse portata a termine con successo?

Vorrei che  qualcuno rispondesse a una domanda fondamentale: qual è il senso della vita? Vorrei riuscire a sapere, prima che per me tutte le luci si spengano definitivamente, qual è la regione del nostro esistere. Non so se sia compito della filosofia o della scienza.

Rita Bugliosi