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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 15 - 28 lug 2021
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->La scrittura, evasione dall'isolamento abruzzese

La scrittura, evasione dall'isolamento abruzzese

Nata ad Arsita (Te), Donatella Di Pietrantonio si trasferisce per motivi di studio all'Aquila, dove si laurea in Odontoiatria. Si trasferisce poi in provincia di Pescara, a Penne, dove tuttora vive e lavora come dentista pediatrico. Sin da bambina coltiva però una grande passione per la scrittura, che la spinge a pubblicare nel 2011 il suo primo romanzo “Mia madre è un fiume” (Elliot), con cui vince il premio Tropea. Nel 2014 esce “Bella mia” (Elliot), ristampato poi da Einaudi, con cui partecipa al premio Strega e con cui vince il premio Brancati; quindi, nel 2017, pubblica “Arminuta” (Einaudi), con cui conquista il premio Campiello. Di questo romanzo, nel 2020, ha pubblicato il seguito, “Borgo sud” (Einaudi), con cui ha ottenuto il secondo posto al premio Strega di quest'anno.

Nota scrittrice ma svolge la professione di dentista pediatrico: come concilia queste due attività in apparenza così diverse?

Sul piano della concretezza non è facile conciliare le due cose, perché la giornata è fatta comunque di 24 ore. Fino a due anni fa mi svegliavo la mattina alle cinque per scrivere e poi andavo ogni giorno a studio a lavorare. Dopo l'Arminuta mi sono concessa più spazio per la scrittura e per tutte le attività collaterali: presentazioni, festival, interviste… Quindi ho diviso la settimana a metà: in una lavoro come dentista e nell'altra faccio la scrittrice. Invece, su un piano più metaforico, trovo qualche punto di contatto: la mia scrittura, così scarna e asciutta, probabilmente viene anche dall'esercizio della pratica medica.

Quando ha scoperto la passione per la scrittura?

Molto presto, da bambina. Forse perché non avevo altri mezzi per esprimermi. Vivevo in un piccolo borgo molto isolato. Eravamo privi di tutto, fino ai miei 8-9 anni non avevamo neppure l'allaccio alla corrente elettrica, quindi non avevo nemmeno la distrazione della televisione. Dovevo inventare dei passatempi perché non avevo alcuna opportunità di svago, di gioco, di sport. Con l'inizio della scuola elementare ho iniziato a scrivere brevi poesie, come quelle che si trovavano sui libri di testo di allora. Scrivevo poesie in rima sulla natura, sugli animali che incontravo la mattina nel bosco andando in classe. Da allora la scrittura non mi ha lasciato più, anche se non credevo che sarebbe diventata qualcosa di così importante, tanto è vero che ho esordito a quasi cinquant'anni.

Lei è abruzzese, in Abruzzo vive e sono ambientati anche i suoi romanzi. Che rapporto ha con la sua terra?

È molto stretto e anche di odio-amore, come tutte le relazioni sincere è conflittuale e ambivalente. Amo moltissimo questo territorio, non potrei pensare di vivere altrove. Nello stesso tempo, ne vedo tutti i limiti, le criticità e le difficoltà di rimanerci a viverci. Lo spopolamento di cui si parla sempre per le aree interne ha ragioni molto concrete, che conosciamo, ma che nessuno affronta e risolve davvero, la politica in primis. Lamentare l'abbandono di queste zone quando si chiudono o depotenziano gli ospedali di prossimità o non si fa manutenzione sulla rete viaria è un controsenso. Il lamento non serve a nulla se non è seguito dai fatti per conservare vive queste aree.

Nel suo romanzo “Bella mia” parla del terremoto che ha colpito L'Aquila: come ha vissuto quella tragedia, quali tracce le ha lasciato?

Se ne è nato un romanzo è perché ho un legame molto forte con l'Aquila. È la città in cui ho studiato, dove mi sono laureata e ho costruito una rete di relazioni, di amicizie. Quindi al momento del terremoto, che abbiamo sentito forte anche a Penne, pur se senza danni e senza vittime, il pensiero è andato subito agli amici che in quel momento non riuscivo a rintracciare. In quel periodo stavo elaborando altre idee, ma ho sentito subito che quella era un'urgenza narrativa importante e che prima o poi ne avrei scritto, come infatti è accaduto a distanza di qualche tempo. Si è trattato di una grande tragedia collettiva, ma data dalla somma di tante tragedie individuali. Quindi ho lavorato su queste diverse dimensioni: la perdita, il lutto intimo e personale, familiare e, infine, il lutto di un'intera comunità, di una cittadinanza. Mi interessava raccontare come questo dolore si possa trasformare, come possa essere elaborato.

Nella sua opera d'esordio “Mia madre è un fiume” affronta il tema dell'Alzheimer, perché ha scelto di parlare di questa malattia?

L'idea nasce da uno spunto personale, anche se naturalmente il libro è un romanzo e, quindi, contiene una buona parte d'invenzione letteraria. Nasce dall'esperienza vissuta con la malattia di mia madre. Uno degli aspetti più dolorosi, quando arrivano patologie come questa, è che ci si rende conto di esserci portati dietro negli anni – tra madri e figli, soprattutto tra madri e figlie - tanti “non detti”, tanti silenzi su questioni delle quali sarebbe valsa la pena parlare. Questo avviene perché ci si illude che prima o poi arrivi il momento giusto per farlo, per dirsi tutto. Poi capita qualcosa che sottrae quella possibilità e allora ci si rende conto che rinviare è stato un errore, frutto dell'illusione dell'eternità dei genitori.

Al centro dei suoi romanzi ci sono sempre rapporti tra sorelle, genitori e figli… Perché i legami familiari hanno un ruolo così importante?

Perché, anche se non li scegliamo, sono determinanti nelle nostre vite. I genitori che ci hanno concepiti e messi al mondo sono le figure primarie, sono i modelli da cui, in qualche modo, tutte le nostre relazioni future dipendono, così come avviene per i fratelli e le sorelle. Ciò che mi affascina, anche per la mia storia personale, è capire cosa succede in queste relazioni quando qualcosa va male. Come dice la narratrice di “Mia madre è un fiume”, riferendosi al suo rapporto con la madre: “Il nostro amore è andato storto”. Sono proprio questi sentimenti un po' “storti”, che spesso troviamo nelle famiglie, a interessarmi. Mi attraggono per il loro potenziale e per l'influenza che esercitano nella vita di tutti noi. Credo che, per quanto vogliamo emanciparci, liberarci dalle nostre origini, ne siamo comunque plasmati. 

Con l'“Arminuta”, ha vinto il premio Campiello. Come è cambiata la sua vita dopo questo riconoscimento?

È stato importante perché fino a quel momento avevo ancora qualche difficoltà a percepirmi come scrittrice. Se qualcuno mi chiedeva “Che lavoro fai?”, rispondevo: “Dentista!”. Quel riconoscimento prestigioso ha rinforzato un'autostima un po' traballante e un'identità ancora non ben definita. Mi sono così concessa, come dicevo, più tempo per scrivere e mi sono detta che forse il sogno che avevo da bambina si era realizzato.

Dall'“Arminuta” è stato tratto un film che a breve sarà visibile al cinema. Che impressione le ha fatto vedere le sue parole trasformate in immagini? È soddisfatta?

Sì, assolutamente. Ho assistito all'anteprima, mi sono molto emozionata, commossa, ho anche riso. È stata veramente una grande emozione, perché qualcosa di mio è diventato “altro”, c'è stato un passaggio di linguaggio, da una modalità a un'altra. È stata una gioia veramente forte. Partivo con un pregiudizio positivo, sapevo cioè che un film di due ore non avrebbe potuto contenere tutto il libro e che si sarebbe resa necessaria una selezione tra ciò che si sarebbe mantenuto e ciò che sarebbe stato tagliato. In questo c'è già un tradimento inevitabile ma anche indispensabile, perché quella selezione è frutto della visione del regista rispetto al romanzo. Però sono molto soddisfatta perché non ho visto travisamenti, non ho visto niente di più di questo tradimento necessario. E comunque il risultato mi sembra di altissima qualità.

Come ha vissuto questo periodo di pandemia e di lockdown? Ha influito sulla sua creatività?

Paradossalmente, soprattutto il primo lockdown, mi ha dato più tempo per scrivere, per leggere, per guardare film che avevo in arretrato. Quindi, pur partecipando dell'angoscia generale per questo “inconcepibile” che ci stava capitando, ho sfruttato gli effetti collaterali positivi, approfittando della maggiore disponibilità di tempo. La stesura iniziale di “Borgo Sud”, ad esempio, l'ho completata proprio durante il primo lockdown. Posso dire che non ho sofferto moltissimo del confinamento, perché in fondo gli scrittori, quando lavorano, sono già confinati.

Ha già altri progetti in cantiere per il futuro?

Sento che sto incubando qualcosa, ma sono ancora in una fase del tutto embrionale. Sicuramente è un momento di gestazione di qualcosa di nuovo, che poi verrà fuori compiutamente sulle pagine.

Rita Bugliosi