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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 22 apr 2020
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Cardini: nel Decameron c'è già tutto 

Cardini: nel Decameron c'è già tutto 

Franco Cardini, studioso e saggista italiano di origini fiorentine, ha dedicato tutta la sua carriera all'insegnamento in università italiane e straniere della storia, in particolare del Medioevo, delle crociate, dei pellegrinaggi e dei rapporti fra Europa cristiana e Oriente. Oggi è professore emerito presso l'Istituto di scienze umane e sociali dell'Università Normale di Pisa. Ha rivestito incarichi nel Consiglio d'amministrazione Rai, all'Unesco, alla Fao, è stato direttore del Centro di studi sulle arti e le culture dell'Oriente e dell'Università internazionale dell'arte di Firenze. Tra i riconoscimenti ottenuti, il Premio Mozart, la Penna d'Oro, il Lorenzo il Magnifico e la proclamazione di “Scrittore toscano dell'anno”. Molto attivo sul suo blog, prosegue anche una copiosa produzione specialistica e divulgativa. Tra le ultime pubblicazioni, “Interviste impossibili” (La Vela), “Vita di Carlomagno” (Bompiani), “Il grande racconto delle crociate” con Antonio Musarra (Il Mulino) e il suo romanzo storico “L'uomo dalla barba blu” (Giunti), scritto con Marina Montesano.

Cosa l'ha spinta a raccontare le vicende di Gilles de Rais (1404-1440), compagno d'imprese a fianco di Giovanna d'Arco?

L'interesse era nato già negli anni '70: avevo ricevuto un incarico di antropologia culturale all'Università di Firenze e mi capitò di studiare il rapporto fra fiaba e strutture antropologiche. L'interesse cadde casualmente sulla genesi storica di Barbablù, personaggio molto noto ai francesi, prima guerriero al fianco di Giovanna D'Arco, poi sottoposto a processo. Trovavo strano che in un mondo come quello europeo e americano degli anni '70, ove si tendeva a diffidare degli esiti dei grandi processi (basti pensare agli studi sull'Inquisizione o sulle purghe di Stalin), vi fosse un unanime consenso verso il processo contro Gilles de Rais. Nelle carte, l'imputato veniva descritto come un mostro, un serial killer, nelle fonti si parlava di centinaia di bambini uccisi e violentati, e mi lasciò perplesso che in un clima come quello degli anni '70 non se ne dubitasse.

Com'è riuscito a conciliare la specializzazione medievistica con un'ottica storiografica più ampia, che abbraccia anche il periodo moderno e contemporaneo?

Mi sono avvicinato alla storia sin da adolescente. Mi interessava la dimensione storiografica ma ero attratto anche dalla letteratura, soprattutto quella che oggi si chiama “fantasy”: viaggiavamo poco e la mia grande evasione era la lettura. Questo poi si tradusse nell'interesse per vari periodi del passato, tra i quali ho finito con il privilegiare il Medioevo: dalle letture di Walter Scott ai film ambientati in quell'epoca. L'altro mio interesse, devo dire, era per la politica: guardavo programmi come “Tribuna Politica”, vedevo dibattere leader entrati nella mitologia politica come Togliatti, Nenni, De Gasperi. 

Se la storia è maestra di vita, in questo momento dovremmo essere aiutati dal confronto con le analoghe situazioni del passato, basti pensare all'influenza delle epidemie in ambito letterario, da Boccaccio ai Promessi Sposi.

In “Le cento novelle contro la morte” ho studiato proprio il Decameron in rapporto alla peste. Leggendo Boccaccio, mi sono convinto, anche alla luce di altre letture come Freud, che il Decameron in realtà fosse una grande psicoterapia di gruppo, non una mera raccolta di novelle. Con i dieci narratori, uomini e donne, che raccontano storie per dieci giorni, Boccaccio inventa dieci stili diversi e organizza una grande trama che parte proprio dalla paura della peste. Sono racconti profondamente radicati nella storia del '300, nella ricostruzione del modo di vivere, di pensare, dei sentimenti: nel Decameron c'è tutto il XIV secolo. In questo senso la storia, non ricostruita retoricamente, può essere maestra di vita. Se poi si intende che attraverso il passato si impara ad affrontare il futuro, può esser vero, ma l'ambiente condiziona. Diciamo con Nietzsche che la storia è un eterno ritorno, ma non è mai uguale, non è “freccia del tempo” come voleva Marx. 

La storia è però anche un susseguirsi di calamità - naturali o dovute all'azione dell'uomo - quali ritiene siano state quelle di maggior rilevanza storica?

Senza nulla togliere a terremoti, tsunami, incendi, una delle calamità naturali più importanti è proprio la pandemia. Nell'Apocalisse, che parla della fine del genere umano, vengono nominati quattro cavalieri e, a parte il primo che è una figura difficile da interpretare, da molti identificata con Cristo, gli altri sono la guerra, la fame e l'epidemia, le tre cause di morte individuale e collettiva più comuni. Queste tre esperienze, di solito, sono anche collegate fra loro: la guerra porta la perdita dei valori esistenziali, ma anche carenza di cibo e di igiene. Conosciamo diverse pandemie soprattutto grazie a scrittori che le hanno vissute e ne hanno lasciato testimonianza: quella del VI sec a.C., la peste di Atene descritta da Tucidide e probabilmente diffusa in tutto il bacino Mediterraneo, in Asia e Africa; la peste Antonina nota dai racconti del II sec a.C., quando a Roma il più grande medico dell'antichità, Galeno, scappò per rifugiarsi in campagna: una reazione analoga a quella odierna.

Lei ha talvolta espresso considerazioni critiche sul modello di sviluppo occidentale e sulla globalizzazione, non crede però che l'esperienza attuale dimostri che il progresso tecnico-scientifico è indispensabile per affrontare i problemi pratici, oltre che per comprendere la realtà?

Ciò che lamento è che il progresso si sia sviluppato come una paradossale concentrazione della ricchezza e del benessere in relativamente poche mani invece che come una liberazione del genere umano. Da cinque secoli puntiamo a una società più giusta e armoniosa, mentre vediamo pochi super ricchi e masse di super poveri. Uno squilibrio che si è verificato proprio mentre si lavorava per una progressiva democratizzazione e fruizione dei beni e dei servizi da parte di tutti.

L'isolamento sta facendo riscoprire l'importanza della lettura, ma anche esplodere ulteriormente l'uso di reti, social, chat. Lei come si muove tra mondo analogico e digitale?

Malissimo, è un fatto generazionale. Non sono nemico dei blog o della novità, anzi mi dispiace non essere competente in questo campo, ma essendo nato nel 1940 sono rimasto un uomo del libro stampato, dei giornali e delle sale cinematografiche. Ho vissuto abbastanza a lungo per vedere la società cambiare, ma anche per sentirmi “superato”. Quando sono nato erano già arrivate l'elettricità e la meccanica, ma si viveva ancora con ritmi arcaici, specie fuori città. A vent'anni scrivevo sulla Olivetti, a cinquanta ho acquisito padronanza nello scrivere a macchina, ho visto arrivare le macchine elettriche che già hanno cambiato le cose. Non mi ero ancora abituato ed è arrivato il fax, ormai quasi scomparso. Mi rendo conto che il mio modo di vivere non è più attuale. La mia biblioteca conta sei-settemila libri che potrebbero stare tutti in un disco; potrei liberare spazio e guadagnare in qualità della vita, ma non lo faccio, non me la sento. Sono affezionato al cartaceo, non riesco a leggere un e-book.

Naomi Di Roberto