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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 6 - 25 mar 2020
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Niola e il cibo, tra fede e mode

Niola e il cibo, tra fede e mode

Docente all'Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa di Antropologia dei simboli, delle arti e della performance e di Miti e riti della gastronomia contemporanea, Marino Niola è un intellettuale a tutto tondo dai molti interessi, che gli consentono di svolgere con passione anche l'attività di editorialista del Venerdì di Repubblica, per il quale cura la rubrica “Miti d'oggi”, e di divulgatore per tv e radio Rai. Insieme a Elisabetta Moro, docente di Antropologia culturale presso lo stesso Ateneo, ha applicato alle dinamiche sociali il modello della piramide alimentare della Dieta mediterranea. Molti i volumi pubblicati: ultimo “Diventare Don Giovanni”, in cui analizza il fenomeno del dongiovannismo e del rapporto uomo-donna attraverso le lenti contemporanee dei social media, della seduzione virtuale e delle scelte culinarie.

Oltre che di quarantena, a causa della pandemia di Coronavirus, questo è periodo di Quaresima e quindi, ancor più, di digiuni e restrizioni alimentari, che dalla fede sono passati alle diete e alle mode salutistiche: come giudica il fenomeno?

È un fenomeno curioso. Siamo passati da un periodo in cui la Quaresima non era quasi più osservata a una sorta di “quaresima forzata”. Una volta, tra l'altro, le maschere si portavano a Carnevale e si toglievano dal Mercoledì delle ceneri. Ora, invece, stiamo trascorrendo una quaresima diversa, laica, sanitaria, con i volti per metà coperti dalle mascherine. È un paradosso indotto da un'emergenza, imposto dalle norme, certo non spontaneo, ma dal forte interesse simbolico.

E come giudica la scienza alimentarista, che tende sempre più alla sottrazione o riduzione, in particolare per la carne rossa e i grassi animali?

La potremmo definire una quaresima dietetica, in cui le scelte alimentari sono dettate non dall'etica ma, appunto, dalla dietetica. Il fenomeno negli ultimi anni sta prendendo piede in misura piuttosto estesa nella società, ma non è legato alla Dieta mediterranea in senso stretto. C'è un equivoco: la Dieta mediterranea non vieta di mangiare carni rosse o grassi animali e chi sostiene questo non la conosce bene. A partire da quanto sostiene Ancel Key, considerato per così dire lo “scopritore” della Dieta mediterranea, questo regime alimentare è onnivoro, non esclude nessun alimento, ma li include in una piramide che ha alla base gli alimenti più necessari come carboidrati, olio extravergine di oliva, verdure e frutta. Man mano che si sale, la piramide prevede cibi che dovremmo mangiare meno spesso: in cima ci sono i dolci, mentre la carne rossa andrebbe assunta una o due volte a settimana, ma rimane fondamentale. Le scelte di questo genere, forzate, estreme, dipendono più dalle mode alimentari.

Gli italiani quanto sono ancora legati alle tradizioni culinarie, nella globalizzazione che pervade tutto e tutti?

In alcune parti della Penisola sono state del tutto dimenticate, in altre si assiste a una sorta di loro reinvenzione. Ma, soprattutto al Sud, gli italiani restano ancora legati alle loro tradizioni alimentari, magari in misura parziale, dal momento che si tratta di cucine che richiedono tempo e pazienza. Tendenzialmente, però, le ricette più rappresentative del Mezzogiorno, come la pasta con le verdure, con i legumi o con il ragù, continuano a essere protagoniste della tavola. E si tratta di un'ottima abitudine, ancorché minacciata dai ritmi lavorativi. Le donne che prima erano le sole a cucinare, tramandandosi i segreti di questa vera e propria arte di generazione in generazione, oggi trascorrono sempre più tempo fuori casa: sarebbe pertanto buona norma imparare a redistribuire ruoli e carichi domestici. Solo se si abitueranno a cucinare tanto le donne che gli uomini la tradizione potrà sopravvivere. 

In una situazione confusa e anomala come l'attuale, in particolare ma non solo per il Covid-19, l'antropologia è ancora una lente utile per osservare la società?

L'antropologia è lo studio della società in tutte le sue sfaccettature, di tutti i suoi comportamenti e rituali: in tempi di normalità ma anche e soprattutto in situazioni di emergenza. In questo periodo per l'antropologo c'è moltissimo da osservare: pensi al rito del cantare sui balconi che si sta diffondendo, un rito quasi archetipico, gli uomini hanno da sempre usato il canto corale come elemento di unione e coesione sociale. Il canto è profondamente umano, la voce precede la parola ed è origine della parola stessa. Anche se inconsapevolmente, attingiamo proprio a questo archetipo quando, dai balconi, recuperiamo brani che fanno parte della nostra storia nazionale e li trasformiamo in una sorta di esorcismo contro la bestia che ci minaccia e assedia.

Nella multimedialità, nelle reti, nei social network a dettare legge sono velocità e superficialità: siamo diventati tutti antropologi dilettanti? Se il rischio c'è, l'antropologo professionista come si difende?

Con la serietà, la competenza, la conoscenza, lo studio. È questa l'unica arma di difesa a disposizione contro chi si cimenta in giudizi antropologici senza possedere gli strumenti metodologici, gnoseologici, epistemologici giusti. Se io iniziassi a improvvisare valutazioni che sono prerogativa di scienze che non ho studiato, sarei ridicolo. La vera antropologia pensa, riflette, cerca dati, conferme, verifica statisticamente: e solo alla fine esprime un giudizio.

Uno dei suoi interessi di studio sono le paure nell'immaginario contemporaneo e tradizionale. In Italia, però, il panico per l'emergenza sanitaria che stiamo vivendo sembra abbastanza contenuto, e stemperato dall'ironia

Gli italiani sono estremamente ironici e questo li aiuta ad affrontare un momento di emergenza come quello attuale. E poi l'Italia ha dato spesso il meglio di sé proprio durante situazioni critiche, spesso ricorrendo anche all'arma dell'ironia, che costituisce una delle sue risorse simboliche, ovviamente affiancate a quelle scientifiche che consentono di affrontare e cercare di risolvere i problemi. L'ironia è una forma diversa della ragione. Prendere le cose sul serio ma non troppo, potremmo dire.

Non tutti gli italiani rispettano decreti e direttive del Governo. Non crede comunque che, diversamente dal nostro solito, stiamo dando una dimostrazione civica positiva?

Gli italiani che ignorano decreti e direttive sono una minoranza di irresponsabili, che mettono a rischio se stessi e gli altri: oserei definirli criminali, dal momento che vanno contro disposizioni specifiche, come ci viene spesso ribadito. Per fortuna esistono controlli e pene che riescono a contenere questi comportamenti incivili e pericolosi.

Lei scrive che contatto fisico e baci sono il mezzo attraverso cui le anime entrano in relazione. In queste settimane ci viene chiesto di evitarli per tutelare la salute fisica. E quella dello spirito?

In questo momento ci viene chiesta una distanza, una rinuncia alla vicinanza fisica che però non ci raffredda, anzi ci permette di veicolare il calore umano, che tanto caratterizza noi italiani, salvaguardando chi amiamo da una potenziale esposizione al virus. In questo la digitalizzazione è un aiuto: trasformiamo la comunità in “community”, usando un linguaggio non immediatamente fisico ma che consente comunque di incontrarsi, parlarsi, scriversi, vedersi. Non è un caso che si stiano moltiplicando le chat. Però sicuramente, passata l'emergenza, torneremo quelli di prima: dal punto di vista sia affettivo, sia dei rituali religiosi da vivere insieme, come quelli quaresimali.

Nel suo ultimo libro, “Diventare don Giovanni”, già parlava di incontri via app e matching in rete. Quindi questo tipo di flirt, in tempi di isolamento forzato, conoscerà un ulteriore incremento?
Ovviamente i siti di incontri in questo periodo vengono usati solo platonicamente, l'incontro digitale non può tradursi sul piano fisico. Ma l'intensificarsi dell'uso di queste piattaforme sfocerà in appuntamenti e incontri dal vivo quando la quarantena sarà finita.

Manuela Discenza