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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 3 - 6 mar 2019
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->La precarietà accomuna ricercatori e fumettisti

La precarietà accomuna ricercatori e fumettisti

Nato ad Arezzo (1983), il fumettista Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, vive per un periodo in Francia, paese d'origine della madre, per trasferirsi poi a Roma, nel quartiere di Rebibbia, al quale è molto legato e dove sono spesso ambientate le sue storie. Il suo primo lavoro è del 2001 e racconta le Giornate del G8 di Genova. È attivo nel mondo dei centri sociali per i quali ha realizzato locandine per concerti e manifestazioni, copertine di dischi e di fanzine. Ha collaborato con il quotidiano 'Liberazione' e con le riviste 'Carta', 'Repubblica XL' e 'Internazionale'. Nel 2011 esce il suo primo libro a fumetti, 'La profezia dell'armadillo', che riscuote molto successo, arrivando ben presto a cinque ristampe e dal quale viene tratto nel 2018 l'omonimo film diretto da Emanuele Scaringi. Nel 2011 avvia anche un blog a fumetti visitato ogni giorno da migliaia di lettori, in cui pubblica racconti a sfondo autobiografico. Nel 2015, su Internazionale, pubblica il reportage a fumetti 'Kobane Calling', in cui racconta la propria esperienza sul confine turco-siriano in supporto al popolo curdo, storia che ottiene il premio Micheluzzi al Napoli Comicon. Del 2017 è 'Macerie prime', in cui narra con toni autobiografici il fallimento della generazione degli anni '80, simbolicamente rappresentato come un cumulo di macerie; al libro segue nel 2018 'Macerie prime sei mesi dopo'. Fino al 10 marzo 2019 è visitabile al museo Maxxi di Roma la mostra 'Scavare fossati nutrire coccodrilli', che ricostruisce in quattro sezioni la carriera e la visione del mondo di Zerocalcare. Lo abbiamo incontrato a Roma, al Cnr, in occasione della presentazione del volume di divulgazione scientifica 'Educazione subatomica' della collana Comics&Science di Cnr edizioni al quale il disegnatore ha collaborato con i suoi fumetti sulle sorgenti di luce avanzate Elettra e Fermi di Trieste.

Quando hai capito che il modo migliore con cui esprimerti per te era il disegno?

Prestissimo, mi è bastato il fatto che sin da bambino diventavo rosso quando parlavo con persone che non conoscevo, balbettavo, farfugliavo. Se volevo raccontare allora dovevo farlo con un linguaggio non verbale, non orale e i fumetti erano perfetti.

Perché non il semplice racconto scritto?

Perché i fumetti sono fatti di parole ma c'è anche l'immagine, che non è necessariamente ancorata alla realtà, come invece la fotografia. Con il disegno si può raccontare anche qualcosa che si distacca dalla realtà in sé, si può narrare quello che si sente dentro. Credo che questo produca una maggiore empatia con il lettore.

Quali sono i fumettisti ai quali ti sei ispirato?

I fumettisti che mi hanno trasmesso la voglia di fare questo lavoro sono stati sicuramente Gipi, tra gli autori italiani, e Boulet e Manu Larcenet fra i francesi. Parlano di vita quotidiana e di loro stessi, mi hanno fatto capire che si possono raccontare storie piccole, senza avventure rocambolesche, ma nello stesso tempo molto avvincenti.

Per questo le tue strisce hanno quasi sempre un'ispirazione autobiografica?

Sono una pippa di sceneggiatore, non sono capace di grandi guizzi di trama, di creare articolate architetture narrative. Quello che ho imparato a fare è raccontare ciò che mi succede con un taglio buffo, divertente: attingere alla vita quotidiana è più semplice che inventare una storia e personaggi che non esistono.

E l'armadillo cosa rappresenta?

È il mio alter ego, la parte chiusa della mia coscienza. L'ho inserito nelle storie perché in molti dei miei racconti sono da solo nella mia stanza, non ho nessuno con cui dialogare, avrei quindi dovuto inserire monologhi lunghissimi. Con l'armadillo posso costruire dei botta e risposta, degli scambi che vivacizzano le tavole.

Ma perché proprio l'armadillo?

Perché è l'animale chiuso per eccellenza, un vero sociopatico.

Altro tema ricorrente nelle tue strip è Roma, in particolare la zona di Rebibbia, dove vivi. Qual è il tuo rapporto con questa città?

Ho un rapporto di simbiosi totale con il mio quartiere, vivo a Rebibbia da sempre e, a parte rare eccezioni, non sono mai stato lontano da questa zona per più di tre notti consecutive, quando succede mi viene l'ansia. Non riesco a lavorare o a vivere fuori da Rebibbia. Per quanto riguarda il resto della città, non lo frequento molto, a meno che non mi ci trovi per lavoro. Non amo il centro, è un'altra città, un luogo dove è difficile trovare parcheggio, dove non vivono persone normali ma turisti. Roma è una città complessa.

Parliamo ora di 'Educazione subatomica', che difficoltà hai incontrato nell'usare i fumetti per divulgare la scienza?

Il fumetto è adatto alla divulgazione scientifica, perché si presta anche a ragionamenti complessi. Bisogna però riuscire a tradurre un'informazione articolata e complessa in forma comprensibile per un lettore giovane, che spesso non ha una preparazione approfondita. La vera difficoltà in questo caso deriva dal fatto che io stesso non capisco nulla di scienza…

Secondo te che cosa della ricerca scientifica può attrarre i ragazzi?

Il fatto che la scienza non è fatta solo di formule e numeri e che spesso non è finalizzata all'ampliamento delle conoscenze in un settore specifico, ma determina più in generale un allargamento dei nostri orizzonti culturali e conoscitivi.

C'è una disciplina in particolare che ti attrae?

Come dicevo, sono sempre stato una pippa terribile nelle materie scientifiche, c'erano solo due temi che mi interessavano: i dinosauri e i fossili. Ma adesso, devo confessare, ho dimenticato anche quello che sapevo su questi argomenti.

Come è stato l'incontro con i ricercatori al Sincrotrone di Trieste, dove ti sei recato per raccogliere le informazioni necessarie alla realizzazione del libro del Cnr?

Mi hanno colpito la passione e l'impegno totalizzante con cui gli scienziati svolgono la loro attività, malgrado si tratti di un lavoro che non conferisce loro prestigio sociale, che non è gratificante dal punto di vista economico e che non offre certezze professionali. Per questi aspetti è simile al lavoro del fumettista. Mi ha colpito vedere la situazione di precarietà dei ricercatori, non mi aspettavo di trovare una condizione simile tra persone che operano in un settore di eccellenza, nel quale si dovrebbe sicuramente investire di più.

Se dovessi riassumere in modo sintetico la tua visita al Sincrotrone di Trieste come lo faresti?

Sonno scomposto sul sedile del treno, impatto con uno scenario fantascientifico pieno di tubi e strumentazioni, forte senso di colpa per lo sforzo fatto dai ricercatori per spiegarmi quello che fanno e che io ho compreso solo in minima parte, la lubjanska, una cotoletta buonissima, un mondo di precariato, la perdita degli appunti che contenevano tanti testi ma anche tanti ritratti che avevo fatto durante la visita.

Come vivi la tua mostra ora in corso al Maxxi di Roma?

Sono contento che ci sia questa esposizione, non tanto perché mette in mostra il mio lavoro ma perché raccoglie un pezzo di storia italiana degli ultimi 20 anni. Sono esposti manifesti e locandine che riproducono avvenimenti di cronaca o politici di 15-18 anni fa che sono stati dimenticati e che così possono essere raccontati e spiegati a chi non li ha vissuti.

Progetti per il futuro?

Vorrei fare cartoni animati, ho già una storia pronta. Ma se non riesco, ne faccio un libro.

Rita Bugliosi