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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 6 - 6 giu 2018
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Sono un'archeologa della psiche

Sono un'archeologa della psiche

Attrice, sceneggiatrice, ma soprattutto regista. Margarethe von Trotta entra a far parte, sin dall'inizio, del Nuovo cinema tedesco, libero e politicamente impegnato, che affronta difficili temi di attualità. Al centro delle sue storie, personaggi femminili che si distinguono per determinazione e coraggio. Una continua esplorazione psicologica che coinvolge attrici protagoniste con cui instaura un rapporto privilegiato, in particolare con Jutta Lampe e Barbara Sukowa. Nel 1975 con il marito Volker Schlöndorff cura la regia di 'Il caso Katharina Blum', sul gruppo terroristico tedesco Raf (Rote Armee Fraktion), in cui sono presenti i temi che diventeranno ricorrenti nella sua filmografia: il conflitto tra sfera personale e pubblica e l'attenzione verso le figure femminili. Dopo 'Il colpo di grazia' (1976), in cui è attrice protagonista, Margarethe von Trotta decide di intraprendere la carriera da regista. Dirige così nel 1978 'Il secondo risveglio di Christa Klages' e l'anno seguente 'Sorelle - L'equilibrio della felicità'. Ma è con 'Anni di piombo', nel 1981, che raggiunge la notorietà, aggiudicandosi il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia e il David di Donatello. Pochi anni più tardi esce 'Paura e amore', liberamente tratto dalle 'Tre sorelle' cechoviane. Nel 2003 torna al cinema con 'Rosenstrasse', e successivamente con 'Vision'. Per poi, ancora una volta, firmare un ritratto di donna che ha lasciato il segno nella storia con 'Hannah Arendt', intellettuale e filosofa, autrice del libro 'La banalità del male: Eichman a Gerusalemme'. Dal 2017 è presidente del Bif&st-Bari International Film Festival, ideato e diretto da Felice Laudadio. Infine, viene invitata a Cannes per rendere omaggio, con il suo primo documentario 'Searching for Ingmar Bergman' (Alla ricerca di Bergman), al grande regista svedese nel centenario della sua nascita.

Come è arrivata al cinema?

Da piccola ci andavo per divertimento ma ai film preferivo il teatro, i concerti, le esposizioni. Forse perché mio padre era un pittore. È stato l'incontro a Parigi nel 1960 con un gruppo di giovani francesi, amanti della Nouvelle Vague, a farmi appassionare. Abbiamo fatto anche un film insieme, 'Morte, la morte', da un sonetto di Shakespeare. Poi, 'Il settimo sigillo' di Ingmar Bergman ha fatto il resto. Una grande rivelazione. Da quel momento ho capito che la mia strada sarebbe stata la regia.

Che difficoltà ha incontrato all'inizio, anche come donna?

Una volta tornata in Germania, ho iniziato a frequentare il mondo del teatro, facendo corsi di recitazione. Ma è con la nascita del nuovo cinema tedesco che ho cominciato a prendere confidenza con i film: prima come attrice e poi, grazie all'incontro con Volker Schlöndorff, come sceneggiatrice, assistente e aiuto regista. Così ho imparato il mestiere del regista. Sul campo. Ci sono voluti 17 anni prima di realizzare il mio primo film 'Il caso Katharina Blum' con Schlöndorff. In quegli anni non era semplice per una donna intraprendere questa strada, ma io modello da seguire lo avevo: il film 'Wanda' girato nel 1970 da Barbara Loden, moglie di Elia Kazan, pellicola anticonformista e femminista, in un periodo e in un ambiente non certo favorevoli.

E il passaggio da attrice a regista come è stato? 

Da quando ho realizzato il mio primo film, non ho più fatto l'attrice. Con 'Anni di piombo' e il Leone d'oro al miglior film alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, non c'erano più dubbi: ero regista e sarei rimasta tale. Ma è stato importante conoscere la vita dell'attore e le emozioni che prova di fronte alla macchina da presa. Ancora oggi, quando insegno regia all'università o nelle scuole di cinema, suggerisco ai miei studenti di vestire, almeno una volta, i panni dell'attore.

La donna nei suoi film è una figura centrale. Pensa sia più facile per una regista capire la psicologia femminile? 

Per me è stato naturale, forse perché nella mia vita ho conosciuto principalmente figure femminili. Mio padre è andato via da casa molto presto, così sono cresciuta solo con mia madre. A scuola, poi, non esistevano classi miste. Successivamente sono diventata femminista e, avendo la possibilità di fare cinema, attraverso i miei film ho deciso di dare voce alle donne.

Ha mai pensato di fare un film su una scienziata?

Nel 2009 ne ho girato uno su Hildegard von Bingen, una donna di fede, profondamente colta, vissuta nel 1100. Le sue idee, rivoluzionarie per quel tempo, hanno contribuito a gettare i presupposti per un ideale di Umanesimo e di Rinascimento, anche rischiando di essere accusata di eresia. Il film 'Vision' è stato presentato al Festival del cinema di Roma, senza arrivare, però, nelle sale cinematografiche italiane.

Presidente al Bif&st-Bari International film Festival e madrina della sezione Cinema e scienza. Cosa ne pensa di questa iniziativa?

Una sezione davvero speciale, direi unica nel panorama italiano dei festival del cinema. Anche la scelta delle pellicole non è banale: lo scorso anno il tributo ai film sull'ambiente di Jacques Perrin, quest'anno ai documentari di interesse scientifico di Werner Herzog, con l'intervento di esperti del Consiglio nazionale delle ricerche, dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e dell'Istituto superiore di sanità. Sarà perché sono sempre stata curiosa e voglio capire tutto di ogni cosa, proprio come uno dei miei personaggi femminili, la filosofa Hannah Arendt, ma questa idea di divulgare la scienza attraverso il cinema mi piace. Forse, sotto sotto sono una ricercatrice anche io. Da piccola volevo studiare archeologia: una volta mi hanno addirittura definito “archeologa della psiche”.

E ora a Cannes 'Alla ricerca di Ingmar Bergman'.

È il mio primo documentario. Un dialogo a distanza tra me e il grande Maestro. A 100 anni dalla nascita di Bergman (cui Cannes tributa un omaggio in tre atti con un documentario svedese all'isola di Faro, una copia restaurata del 'Settimo sigillo' e il mio lavoro), scavo nei miei ricordi di spettatrice e mi interrogo sui grandi temi che Bergman ha affrontato in tutta la vita. Con 'Alla ricerca di Bergman', esprimo la mia gratitudine a chi mi ha fatto amare il cinema.

Silvia Mattoni