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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 4 - 22 apr 2015
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Riccardo Cotarella: il vino come scuola di vita

Riccardo Cotarella: il vino come scuola di vita

La carriera dell’enologo Riccardo Cotarella inizia nel 1968. Nel 1979 crea, con il fratello Renzo, l’Azienda vinicola Falesco e nel 1981 la società di consulenze viticole ed enologiche della quale è presidente. Il 3 dicembre, a Bordeaux, è stato eletto all’unanimità presidente dell'Unione internazionale degli enologi, con sede a Parigi e che raggruppa e rappresenta oltre 15.000 tecnici del settore che operano in più di 8.000 aziende.

Com’è iniziata la sua passione per il vino?

Provengo da una famiglia che produce vino da cinque generazioni, continuare a lavorare in questo settore per me è stato naturale. Tuttavia, sono convinto che questa fosse davvero la mia strada, perché, oltre a darmi soddisfazioni professionali, mi ha sempre stimolato verso la ricerca di nuove avventure, anche ora che ho 67 anni. Mi guida una forte passione, che mi arricchisce soprattutto da un punto di vista umano.

È a capo del Comitato vitivinicolo di Expo 2015. Cosa rappresenta per l'Italia e per il vino italiano quest’evento?

Innanzitutto mi sforzo di far sapere che cosa 'non è' l’Expo: non è una fiera, non è un posto dove fare trattative o semplicemente degustare vini. Lo ritengo un luogo di meditazione e una sorgente di cultura per chi ha sete di sapere e soprattutto di conoscere l’Italia nel vino. L’Italia ha una storia ampia e variegata e ci vorrebbero molto più di sei mesi per poterla raccontare. Siamo il paese più ricco di biodiversità, di vitigni e territori. Ecco, ciò che dirà l’Expo: questa è la nostra storia, la nostra attualità e speriamo che sia anche il nostro futuro. E lo mostrerà attraverso una serie di percorsi mediatici ed emozionali, nei quali sentiremo i colori e gli odori della vigna.

L'Expo si muove tra naturalità e innovazione. Il vino dove si pone?

Chi non considera il vino naturale non lo conosce. La vite produce uva e il procedimento con cui i grappoli vengono trasformati in vino è 'naturalissimo’: le componenti dell’uva sono trasferite completamente nel prodotto finale. Logicamente in questa trasformazione la conoscenza scientifica può aiutarci a capire dove e come possiamo controllare e migliorare, attraverso la tecnologia sana, il processo.

Il ruolo della ricerca in questo settore è quindi importante?

È fondamentale: è il perno su cui è nata la nuova era vitivinicola. Se abbiamo avuto un 'rinascimento’ dei vini italiani lo dobbiamo, oltre che ai produttori, a studiosi, tecnici, agronomi ed enologi che si sono avvicinati al vino attraverso la conoscenza. Chi non fa questo e si accosta senza cognizione di causa a questo mondo avrà un risultato finale casuale, e oggi le aziende non possono reggersi sul caso: hanno bisogno di un programma che non vuole improvvisazione, ma punti alla qualità.

La concorrenza estera si fa sentire. Come può affrontarla l'Italia? L’Expo può essere un’occasione in questo senso?

L’Expo è un’occasione unica. La Cina ci considera a livello del Cile e del Sud Africa, per i cinesi il vino è 'Francia'. Perché? Perché noi non sappiamo dire chi siamo e che cosa facciamo, mentre per la Francia la comunicazione è la prima arma. Eppure la qualità dei vini francesi non è superiore alla nostra, è solo una questione di marketing. In Francia sono stati bravissimi a capire, prima di noi, che il mercato è del consumatore e non del produttore: è importante conoscerlo e sapergli raccontare tutto ciò che si ha da offrirgli. Su questo piano la nostra proposta è immensa. La Francia ha tre zone vitivinicole importanti: Champagne, Bourgogne e Bordelais, noi ne abbiamo centinaia. Basta raccontare la nostra storia e biodiversità per dimostrare la nostra 'superiorità’. Se il ruolo dell’Italia nel vino non verrà compreso in questa occasione dovremo rassegnarci a un ruolo di comparsa, nonostante le nostre maggiori potenzialità.

Cosa significa aver raggiunto la presidenza dell’Unione internazionale degli enologi?

Premetto che la presidenza che mi interessa di più è quella nazionale. Se giriamo per le cantine mondiali possiamo vedere che la tecnologia con la quale si produce il vino è per la maggior parte italiana e spesso gli enologi parlano italiano. Quindi possiamo dire che la presidenza è stata data all’Italia più che all’italiano Cotarella. Si tratta comunque di una carica che mi riempie di orgoglio e il fatto che abbiano votato all’unanimità, oltre a darmi delle responsabilità, mi conforta.

Lei svolge diverse attività di solidarietà. Ce ne parla?

Sono ormai 18 anni che seguo la Comunità di San Patrignano, otto che seguo in Palestina la bellissima azienda dei salesiani e devo dire che è molto più quello che prendo io da queste attività rispetto a quanto do. San Patrignano è una casa, una famiglia per giovani che hanno smarrito la strada. É una comunità di vita che accoglie quanti sono afflitti dalle dipendenze e dall’emarginazione, per aiutarli a ritrovare la propria strada attraverso un cammino di recupero che è soprattutto un percorso d’amore. Tutti i miei studenti sono andati in visita a San Patrignano e ne sono tornati arricchiti. Sono convinto che chi nella vita ha avuto tanto debba ridare agli altri. E non parlo di denaro, ma di vita. Dare significa riprendersi qualcosa anche se indirettamente, è una delle lezioni che il vino mi ha impartito.

Fabiola Di Sotto