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CNR: Alamanacco della Scienza

N. 18 - 7 ott 2020
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Meno opinioni, più curiosità

Meno opinioni, più curiosità

Ispettore del ministero delle Politiche agricole e scrittore, Antonio Pascale è sicuramente un'anima multiforme e multimediale. Napoletano cresciuto a Caserta e trasferitosi a Roma, interessato alle tematiche più varie e particolarmente legato al nostro Mezzogiorno, con le sue mille sfaccettature e apparenti contraddizioni, collabora con diversi giornali e cura un suo blog in cui fa confluire i diversi aspetti: scrittore, divulgatore e tecnico. Lo abbiamo incontrato, al termine di un'iniziativa di laboratorio sull'arte di scrivere per parlare di agricoltura, informazione, scuola e, appunto, scrittura.

Giornalista, scrittore, autore teatrale, blogger… chi nasce prima?

Lo scrittore. Poi i giornali ti chiamano e cominci a collaborare - ho una lunga serie di collaborazioni, ormai ventennale - e se va bene allarghi l'indotto, per così dire, e piano piano affronti altri ambiti, che nel mio caso sono il teatro e la televisione.

Le due anime dello scrittore e quella del tecnico, come convivono e che rapporto hanno? E quelle di chi apprende e di chi divulga?

Si fanno sentire quando affronti la dimensione saggistica. Ti rendi conto che le tue opinioni sono ben poca cosa, necessitano di essere integrate e corrette con altri strumenti in grado di fornire misure più accurate, è allora che la formazione scientifica ti aiuta a valutare gli strumenti migliori. Però, alla fine, bastano un po' di curiosità per ragionare meglio e un po' di coraggio per esaminare le inevitabili fallacie. Personalmente cerco di leggere il più possibile e le cose più disparate, in modo di sparigliare le mie impostazioni mentali, poi tento di riorganizzare il tutto. Se faccio chiarezza dentro di me, riesco a trasmetterla agli altri. L'ideale per un divulgatore e per un intellettuale sarebbe rispondere alle domande dei bambini: dove va il sole di notte…

Si è occupato molto di biotecnologie e di agricoltura. Come ha costruito il suo punto di vista in merito? E lo ha mai cambiato?

Sono un ecologista razionale, interessato a ridurre costi e sprechi. In agricoltura puoi farlo in vari modi e stiamo cominciando a farlo sempre meglio: le biotecnologie sono strumenti utili per migliorare la pianta, limitando costi e sprechi dei trattamenti. Poi dipende, alcune piante sono facili da trattare, altre, come il pesco, molto meno. Il mio interesse e la mia posizione non sono cambiati, fin dai primi esami nel 1985 la genetica mi attraeva, quindi ne ho seguito sviluppi e sfumature. I genetisti sono seri ecologisti, purtroppo spesso gli ambientalisti emotivi non lo capiscono e il dibattito si è incancrenito, è difficile far capire i vantaggi in termine di salute e riduzione degli sprechi.

Cosa pensa della questione Xylella?

C'è poco da dire: è un batterio e i patogeni girano il mondo con grande facilità, la nostra storia si potrebbe raccontare attraverso i patogeni, come ci stiamo tutti rendendo conto. Gli olivi erano tra le piante attaccabili perché vergini, diciamo così: in gran parte non potati, non trattati e l'insetto vettore, detto sputacchina, ha avuto modo di proliferarvi e iniettare il batterio. Siccome è tutto chiaro, c'era da aspettarsi una seria profilassi, come avviene con le malattie infettive: isolamento e, in questo caso, abbattimento della pianta per limitare la carica infettiva. Invece non si è fatto niente e i danni si sono estesi. Qualcuno ha avuto il suo momento di notorietà, ha soddisfatto il suo ego e la voglia di purezza, ma l'infestazione non si è fermata. Gli olivi secolari sono meravigliosi, capisco la rabbia che si prova ad abbatterli, ma se oggi piantiamo una nuova albero, i nostri pronipoti ci ringrazieranno.

Nelle sue riflessioni ragiona anche di umano e post umano, dell'uomo col suo desiderio di essere invincibile

Ogni volta che abbiamo puntato in alto, i risultati si sono visti, e il mondo che viviamo, pur con i suoi guai, è in gran parte libero da fame, malattie, carestie e guerre. Sì, in effetti è proprio un rischio. Credo che oggi senza un apparato tecnologico di sostegno come quello offerto dall'intelligenza artificiale non saremmo in grado di curare le nostre ferite. Il problema tuttavia è il nostro ego, sempre esposto e performativo, che non si ferma ad analizzare, mentre le analisi hanno sempre a che fare con i fallimenti, le riflessioni, le amarezze, la disillusione. Commettiamo molti errori anche perché il nostro sistema decisionale si è formato in un ambiente molto diverso da quello odierno, dunque è poco avvezzo alla complessità, che però sarà sempre maggiore, quindi o torniamo in un mondo di patria, famiglia ecc. e litighiamo contro gli egoismi degli altri, senza badare ai nostri, o riusciamo a collaborare. Ecco, dubito che saremo capaci di farlo e credo ci voglia un sostegno artificiale.

Lei parla anche di “infodemia”, ovvero della circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi per la difficoltà di individuare fonti affidabili: quale crede sia il modo giusto di affrontare la questione?

I giornalisti sono i meno adatti a rispondere, visto che sono i principali responsabili delle semplificazioni coatte, delle imprecisioni più varie, e visto che hanno formato un modus vivendi per cui leggiamo poco, a stento i titoli, esche per attrarre il lettore e fidelizzarlo, coccolarlo, fargli capire che sono dalla parte giusta: il contrario del lavoro intellettuale, che dovrebbe consistere nel far capire che siamo sempre dalla parte sbagliata, siamo razzisti, maschilisti, esseri imperfetti. Quindi come cittadino devo combattere contro di me, contro le terribili pulsioni che il nostro ego ci impone, anziché voler estendere la mia area di influenza o cercare giustificazioni per abolire il senso di vergogna o l'umiltà.

La questione dell'infodemia sembra esserci sfuggita di mano, come dice nel suo monologo “Sentire la vita” tendiamo a restare in superficie, nella zona grigia del sentito dire. La scuola in che modo può cambiare questo atteggiamento così diffuso?

La scuola è necessaria e l'istruzione obbligatoria è una conquista civile fondamentale, quindi va difesa, ma ormai sembra un po' avulsa dai tempi. A scuola non si impara niente che serva nella vita, tantomeno ci si allena; la scuola è noiosa, quando va bene è perché trovi un insegnante appassionato che apre orizzonti, ma è un caso, non la sistematicità. Sono state fatte tante riforme scolastiche, andrebbe alimentata sempre di più la logica, le chiavi interpretative per capire il mondo: cos'è un campione statistico, una fallacia naturalistica, come funziona il mercato, quali sono i bias più comuni… Poi bisognerebbe privilegiare una visione bottom up, basta con i compiti top down. La cultura è interessante se ragiona e insegna a ragionare a partire dalle ipotesi da bar, e non quando tenta invano di aggredire il prossimo con una sapienza calata dall'alto. Come è possibile che oggi un professore non si interroghi sullo sport, sulla cultura rap, sui fumetti, sui video, sui social? Che non si tenti un'integrazione di saperi? Chiedete a un prof se conosce il lavoro di Claver Gold e Murubutu, “Infernum”: quest'album concept sulla Divina Commedia potrebbe farci capire i vantaggi della cultura bottom up.

Le scuole hanno riaperto tra molte difficoltà, come pensa che la pandemia e l'infodemia stiano cambiando questo mondo e le relazioni che si costruiscono al suo interno?

Non ne ho idea. La pandemia potrebbe spegnersi o riaccendersi: dipende da molte cose che non rientrano nel nostro controllo, fare previsioni in questo campo sarebbe un gesto di arroganza. Per quanto riguarda l'organizzazione del lavoro e della scuola, ci sono comunque cose che possono essere fatte da casa e altre che vanno fatte guardandosi in faccia: spero che riusciremo a trovare un equilibrio.

Lei ha tenuto un laboratorio rivolto a giovani scrittori in erba. Quando si parla di scrittura, il talento è determinante? Scrittori si nasce o si diventa?

Non si finisce mai di diventarlo. La chiave di volta è l'inquietudine, anche se tanti scrittori, trovando il loro pubblico, lo fidelizzano e hanno successo perché diventano un brand, solo alcuni sono più inquieti ma fanno fatica a trovare spazio. La differenza si avverte, tra quelli che riescono a spiegare la loro storia in due parole e quelli più complessi, che non seguono le linee narrative tradizionali e chiedono al lettore più impegno. Per trovare la propria voce è necessario impegnarsi, la strada per la dannazione è semplice, quella per la salvezza è contorta. Ma chi è che davvero si vuole salvare? Preferiamo una buona giustificazione.

Manuela Discenza