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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 13 - 1 lug 2020
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Giorgio De Rita: il dovere di essere ottimisti

Giorgio De Rita: il dovere di essere ottimisti

“Il prezzo da pagare è alto ma gli italiani proveranno a rimettersi in piedi”, assicura Giorgio De Rita, dal 2014 segretario generale del Centro studi investimenti sociali (Censis), fondato nel 1963 tra gli altri dal padre Giuseppe. Dopo una laurea in ingegneria aereonautica a Roma, ha coordinato progetti di trasferimento tecnologico e innovazione in Italia e all'estero, è stato dirigente in una grande industria immobiliare e amministratore delegato della società di studi economici Nomisma. Su incarico del presidente del Consiglio, tra il 2010 e il 2013, si è dedicato alla digitalizzazione della pubblica amministrazione come direttore generale di Cnipa, DigitPa e Agenzia per l'Italia digitale. Oltre che di ricerca in ambito socio-economico, Giorgio De Rita si occupa di informazione scientifica come presidente del Comitato scientifico del “Premio nazionale di divulgazione scientifica”, del quale il Cnr è main partner.

Come ha lavorato il Censis in questo periodo d'emergenza e lockdown?

La nostra sede è rimasta aperta e le attività non sono state interrotte, ma abbiamo dato la possibilità di lavorare a distanza a quanto lo preferivano. Essendo le nostre ricerche concentrate su temi diversi, come scuola, salute o nuove tecnologie, abbiamo provato a capire quali sarebbero state le conseguenze del lockdown e quali siano le preoccupazioni legate al lavoro e all'economia. Ovviamente, le ricerche cui lavoravamo prima della pandemia sono sospese, perché il Coronavirus ha cambiato tutti gli scenari.

A proposito di scenari, quali sono le macro-condizioni attuali e le previsioni post-Covid più rilevanti, a vostro avviso?

Innanzitutto, temiamo una caduta dell'occupazione e la crescita sia dei disoccupati che degli inattivi. Inoltre, è prevedibile una crescita dell'economia informale, inclusa purtroppo l'evasione fiscale quale mezzo per recuperare una parte del mancato reddito. Ci si attende anche una fortissima domanda di riforme sul piano fiscale e professionale, su scuola e giustizia: la crisi socio-economica dovrà quindi essere affrontata implementando cambiamenti profondi, altrimenti rischia di sfociare in una crisi politica. Noi ci stiamo concentrando sui dati legati alla paura degli italiani: cosa l'alimenta, cosa può contrastarla e come ha cambiato il nostro comportamento. Non meno importante è, come accennavo, la preoccupazione sul piano economico: gli italiani sono spaventati dall'impatto negativo della pandemia su un'economia ormai in crisi dal 2012.

Le difficoltà dimolti settori economici potrebbero però anche offrire prospettive di cambiamento “forzato” ed evoluzioni positive, non crede?

Senz'altro: credo che abbiamo il dovere di essere ottimisti. Stiamo paradossalmente vivendo un momento favorevole che riguarda il nostro modo di lavorare e competere sui mercati nazionali e internazionali. Saremo costretti a metter mano ai nostri difetti strutturali, quindi credo che potrà essere un momento di crisi, cioè di chiarificazione delle nostre problematiche e dei punti di forza da dove ricominciare.

Questo chiede però coesione, fiducia, altrimenti la crisi potrebbe ampliare i divari già esistenti.

Assolutamente sì. La pandemia ha già avuto un impatto negativo in particolare sulle fasce più povere della popolazione, che aumenteranno come numero di persone e come concentrazione in alcuni territori e contesti sociali. Ma anche le diseguaglianze ci sono sempre state e possono essere uno spunto importante per migliorarsi: la preoccupazione è che dal 2008 si sono sempre più polarizzate e adesso è indifferibile trovare i mezzi per far uscire le persone in difficoltà dalla gabbia che le intrappola.

Il rapporto Censis “La Silver Economy e le sue conseguenze nella società post Covid” sottolineato come gli anziani siano ancora protagonisti della nostra economia… Le famiglie restano l'ammortizzatore sociale della società italiana?

Da un lato, il fatto che in questa crisi le famiglie siano così fondamentali e debbano ulteriormente rimboccarsi le maniche, come hanno sempre fatto, si prospetta come uno scenario positivo; che gli anziani restino ancora protagonisti della nostra economia, la loro importanza come ruolo sociale, sono valori positivi, sia per il contributo al Pil ma anche per le riforme strutturali di cui abbiamo bisogno, che in Italia è così difficile fare: la riforma ha bisogno di consenso politico, che data la nostra anagrafe in Italia giunge soprattutto dalle persone più anziane. Tuttavia, c'è un rischio: che la paura generata dal Covid induca le famiglie e soprattutto gli anziani a risparmiare di più, accumulando fondi che quindi mancheranno agli investimenti.

Il Covid potrebbe migliorare anche lo stile di vita delle persone, è una lettura verosimile?

Ripeto: siamo, dobbiamo essere e rimaniamo ottimisti. Gli italiani torneranno a essere quelli di prima ma da quest'esperienza impareranno molto. Il prezzo da pagare è alto, però, sapremo rimetterci in piedi.

Durante il lockdown la fiducia, nella scienza e anche nella politica, è aumentata ma in modo altalenante e la tendenza sembra ora in calo. Usciremo da questa dinamica?

È vero che c'è una percentuale di opinione negativa nei confronti della scienza, però si tratta di una quota marginale. Gli anti-scientisti e i propalatori di fake news riescono a fare molto rumore, ma nella sostanza gli italiani mantengono una buona opinione della ricerca scientifica e una grande attenzione verso i suoi esponenti. Per quanto riguarda la politica, nella maggior parte dei casi gli italiani non si fidano: nella fase di maggior difficoltà si sono sentiti rassicurati e contavano che i politici facessero la propria parte, ma se non arriveranno riforme e sostegni adeguati, torneremo a essere sfiduciosi come prima, come sempre.

Non rischiamo dunque che si torni a non credere a sufficienza nell'investimento in scienza, innovazione, tecnologia?

No, non penso che gli italiani possano smettere di credere in scienza, innovazione e tecnologia. I dati ci dicono che negli ultimi 25 anni gli investimenti in questi settori sono cresciuti, soprattutto da parte del privato. In questo periodo di pandemia, poi, la scienza ha fatto tutto quello che poteva e quindi auspico che la fiducia che le è stata concessa venga confermata.

Lei è presidente del “Premio divulgazione scientifica” e quest'edizione 2020 avviene in un periodo particolare in cui la divulgazione scientifica ha un ruolo ancor più importante.

Io direi che è fondamentale per il progresso della società, perché trasferisce informazioni importanti dalla comunità dei ricercatori alla gente comune. La scienza non deve rimanere nei laboratori ma va trasferita alla consapevolezza collettiva. È uno sforzo notevole, in tanti ci stiamo impegnando da anni, ci sono margini di miglioramento significativi, ma di sicuro questa fase ha evidenziato tutta l'importanza della divulgazione. La pandemia ha accelerato il processo di crescita d'attenzione su questo tema.

Come è cambiato il Censis nella sua lunga storia?

Il Censis è nato nel 1963 su intuizione di mio padre, che ne è tuttora il presidente. Veniamo da una storia di grande continuità, non ci sono stati cambiamenti, è ancora esattamente quello che era 50 anni fa: una struttura che vive esclusivamente di mercato, senza aiuti pubblici. Questa è la nostra radice ed è la nostra attuale forza. Cambiano i temi, la tecnologia, i metodi di ricerca e risultati finali, però il Censis di oggi resta quello nato più di mezzo secolo fa.

Sofia Gerace