Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 12 - 17 giu 2020
ISSN 2037-4801

Faccia a faccia

Almanacco della Scienza CNR -->Michele La Ginestra: il teatro, una passione antica

Michele La Ginestra: il teatro, una passione antica

Avvocato, attore poliedrico, regista e autore di circa cento spettacoli teatrali, Michele La Ginestra si avvicina  fin da giovanissimo al mondo del teatro scrivendo e dirigendo alcune commedie; la notorietà arriva però con la televisione e più precisamente con la vittoria nel gioco televisivo “Beato tra le donne”, del 1994. Da quel momento, gira spot pubblicitari, telefilm, arrivando poi al cinema nel 1996 con “Creasceranno i carciofi a Mimongo”. Diventa quindi un volto noto per le sue apparizioni in fiction, programmi d'intrattenimento come “Colorado”, conduce “Solletico” (1999-2000), la "Tv dei ragazzi" su Rai 1, e dal 2017 il suo nuovo game show “Il programma del secolo”, su Tv2000. L'attore partecipa inoltre a vari film, tra i quali, “Con il sole negli occhi” di Pupi Avati,  “Immaturi” di Paolo Genovese, “Nessuno mi può giudicare” di Massimiliano Bruno; rimane comunque sempre legato al mondo teatrale, vestendo anche i panni di Rugantino al Teatro Sisitina, per la regia di Pietro Garinei. Dal 1997 è fondatore e direttore artistico del Teatro Sette di Roma.

Cosa l'ha spinta ad abbandonare il mondo della legge per quello dello spettacolo?

La grande passione che mi dava il palcoscenico, la voglia di stare insieme agli altri, di manifestare me stesso e approfondire l'arte della scrittura e dell'espressione personale. 

In generale, tra i ruoli di attore, conduttore e registra e tra teatro, tv e cinema in quale si sente maggiormente a suo agio e perché?

Per forza di cose nel teatro, io nasco nel teatro e vivo di teatro: il piccolo Teatro Sette di Roma, a cui dedico molta della mia passione, è piccolo ma pieno di energia. Penso che attraverso il teatro si possano manifestare le emozioni e avere un riscontro diretto, perché è una rappresentazione dal vivo, unica in quanto tale, e ogni sera diversa anche in base alla reazione del pubblico. Ci sono sere in cui il pubblico sembra assente e altre in cui questo salirebbe con te sul palco: sono emozioni uniche, che non danno né il cinema né la televisione. Tra dirigere, scrivere ed essere interprete, a me piace manifestare attraverso la mia esperienza e regalare agli altri ciò che ho imparato, mi piace anche condurre, perché penso sia un modo per entrare in contatto con le persone e rendere tutto molto familiare.

Tutti ricordano il suo ruolo di Rugantino al Sistina, qual è il ricordo più bello di quella esperienza?

Un'emozione grande, perché è stato il palcoscenico più grande della mia vita e lo spettacolo che era il sogno della mia vita: a quindici anni sono andato a vedere Rugantino al Sistina interpretato da Enrico Montesano e uscendo dopo lo spettacolo ho pensato: “Da grande farò Rugantino al Sistina”. Ho iniziato ad avvicinarmi a questo mondo nel teatro dell'oratorio parrocchiale, poi è diventata una cosa sempre un po' più seria, ho continuato a studiare legge per non farmi dire nulla dai miei, ma il teatro l'avevo dentro l'anima e l'idea del Sistina e di Rugantino era sempre presente. 

Dal 1997 è direttore artistico del Teatro Sette di Roma: cosa pensa del futuro dello spettacolo dal vivo? 

Non rischiamo il monopolio digitale, il teatro è sempre sopravvissuto negli anni a tutte le difficoltà, le guerre e la carestia e sopravviverà anche alla situazione provocata dalla pandemia, ma abbiamo necessità di riaprire a pieno regime. Spero che presto si possa recitare nei teatri all'aperto, una situazione che permette di rispettare il distanziamento sociale. Poi però si dovrà riabituare il pubblico a venire a teatro e i lavoratori dello spettacolo potranno così tornare alla loro attività perché ne sentiamo la mancanza. Speriamo di riprendere presto.

C'è qualche personaggio o ruolo a cui è rimasto più legato? 

Il protagonista dello spettacolo “Come Cristo comanda”, in cui ci sono due centurioni in fuga nel deserto che, poi si scoprirà, sono le guardie della croce di Cristo. Ecco, Stefano è un personaggio che ho scritto di getto, come pure tutto lo spettacolo, perché avevo voglia di riflettere sull'argomento e ogni volta che lo interpreto, passando da una situazione brillante e divertente fino a quella drammatica, mi dà emozioni forti, che spero di riuscire a trasmettere anche a chi mi guarda.

Cosa pensa e quanto e come usa la tecnologia nella sua vita privata?

La tecnologia è essenziale, gli strumenti che ci mette a disposizione sono importantissimi però bisogna saperli usare e non bisogna abusarne. La tecnologia è uno strumento, ciò che vince è l'uomo con la sua passionalità e le difficoltà di tutti i giorni: dobbiamo continuare a manifestare la nostra arte ed è importante che la tecnologia venga sfruttata anche a questo scopo, ma prediligo l'essere umano.

Da diverso tempo si dedica anche alla poesia,  bellissima soprattutto “A mio padre”; come si è avvicinato a questa nuova tipologia d'arte?

La poesia è un modo per esprimere sentimenti emozioni e passioni. La poesia in romanesco dà la possibilità di rendere fruibile a chi ascolta il messaggio: la cadenza romana permettere infatti di rendere popolare il messaggio, rendendolo di facile comprensione per tutti. 

Su Facebook è molto attivo e seguito. Come si può definire il rapporto che si viene instaurando con dei follower rispetto al pubblico tradizionale?

È difficile definirlo, perché i follower sono persone che mettono mi piace e magari non sentono neanche tutto quello che hai comunicato. È comunque un modo per sentirsi vivi. Sono persone che hai conquistato attraverso gli spettacoli teatrali e con i social puoi continuare a tenere vivo il rapporto. Ma i rapporti umani diretti sono quelli davvero vincenti.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Riapriamo il Teatro Sette, dobbiamo farlo ripartire, sperando di poter gestire, in estate, una situazione che permetta di tornare a lavoro e di riavvicinare le persone allo spettacolo dal vivo. Spero, poi, di riprendere ciò che ho interrotto.

Il centenario di Sordi e Fellini, cosa ricorda di questi due geni del cinema?

Siamo cresciuti con Sordi, che attraverso la sua semplicità riusciva a essere l'espressione dell'Italiano medio: riusciva a raccontare storie di tutti i giorni con la capacità di uno che entra in casa tua come se fosse il vicino. Questo è rompere la quarta parete teatrale. Fellini è stato un genio, però un genio che non era per le masse: ha raccontato anche tanta umanità e tanta Italia, ma da sognatore, da poeta; credo perciò che sia più difficile da comprendere per coloro che non hanno familiarità con l'arte dello spettacolo. Sono due geni che ci hanno rappresentato e che hanno portato il cinema italiano a livello internazionale, soprattutto Fellini; sono punti di riferimento necessari per far crescere la fiducia nel mondo dello spettacolo.  Senza l'arte l'uomo si inaridisce, l'arte è un bene primario e va coltivato. Spero perciò che altri geni possano uscire allo scoperto.

Naomi Di Roberto