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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 4 - 24 feb 2021
ISSN 2037-4801

Editoriale

Dall'utopia alla distopia

L'utopia è stata un topos fondamentale della modernità: a parte l'opera di Tommaso Moro, che resta un capolavoro letterario e filosofico imperdibile, pensiamo a tutti i sogni di palingenesi coltivati nei secoli scorsi, dall'umanesimo all'illuminismo, alle grandi rivoluzioni – quella francese, quella americana, quella industriale – e alle utopie collettive del '900. Forse è stato proprio il volgersi di queste ultime nelle immani tragedie del “secolo breve”, con due guerre mondiali e una sequela spaventosa di carneficine e bagni di sangue, ad averci sempre più orientato sulle distopie. Termine che, oggi usato fin troppo estensivamente a indicare qualunque genere fantascientifico, andrebbe riservato in modo specifico alle figurazioni di un futuro catastrofico determinato dalle nostre azioni.

La distopia nasce insomma da una sorta di colpevolismo o auto-colpevolismo e, più in generale, da un “causalismo” sul cui eccesso che oggi informa la nostra mentalità ci sarebbe da discutere. Complice forse anche il momento particolare che stiamo vivendo, si registra la diffusa tendenza a ricercare sempre una ragione e spesso un responsabile per ogni evento sgradito: pensiamo agli amministratori oppure ai docenti sottoposti a indagini, inchieste, provvedimenti e condanne per incidenti occorsi in ambienti pubblici. Casi in cui appare davvero difficile stabilire una linea di demarcazione netta tra responsabilità oggettiva, reato doloso, colposo, negligenza. Peraltro, ricordiamo che anche a livello epistemologico si dibatte molto sul condizionamento che, talvolta, può portare i ricercatori a stabilire nei processi che osservano dei nessi causali.

Quest'atteggiamento ha sostituito il fatalismo, religioso e non, con cui i nostri padri e nonni avevano quasi sempre accettato o subito le disgrazie loro occorse. Nell'attuale pessimismo distopico gioca quindi, sicuramente, una maggiore e molto giustificata consapevolezza della catena di errori commessi dall'umanità, solo che si pensi al depauperamento dell'ambiente, agli squilibri sociali ed economici, alla violenza nelle relazioni interpersonali… Tale coscienza però – e in questo la razionalità del nostro atteggiamento viene meno – non è accompagnata dalla fiducia, dalla speranza in una possibilità di riscatto. Come se già tutto fosse deciso, un fatalismo che rischia di spianare la strada alla rassegnazione e di impedirci di correggere i nostri sbagli.

Alla distopia abbiamo dedicato questo numero dell'Almanacco della Scienza. Il genere narrativo vanta innumerevoli maestri, da Ray Bradbury a Karel Capek (l'autore de “La fabbrica dell'Assoluto”, tradotto da Voland), fino a Katie Hale de “Il mio nome è Mostro” (Liberilibri). Altri spunti letterari, tra romanzi e saggi, li troverete nella rubrica delle Recensioni. Ma immaginare il futuro è ovviamente molto più facile che prevederlo o determinarlo. Messa alla prova del tempo, la maggior parte dei pronostici e degli auspici si rivela fallace, pensiamo solo al teletrasporto e alle auto volanti che avrebbero dovuto solcare i nostri cieli, così come ai voli spaziali, che persino in un anno di affollamento di missioni lunari, marziane e satellitari come questo procede a passo enormemente più lento di quanto la nostra fantasia ipotizzasse.

Come esseri umani, d'altronde, non possiamo esimerci dal tentativo di anticipare e costruire il nostro domani. Lo vediamo nel contrasto alla pandemia, che per alcuni versi ha reso le nostre vite simili a quelle di tante opere distopiche, oppure nell'evoluzione culturale che sta sottoponendo la democrazia del “consenso” a molte analisi critiche, oppure nel recente sorpasso compiuto sulla Terra dal materiale antropogenico rispetto alla biomassa. Per saperne di più, leggete il Focus e le altre rubriche dell'Almanacco.

Marco Ferrazzoli