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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 23 - 16 dic 2020
ISSN 2037-4801

Editoriale

Pablito, o della felicità

Papa Francesco ha invitato i cattolici a essere gioiosi per il Natale e a esprimere la loro gioia come testimonianza di fede. Un appello sicuramente apprezzabile, per quanto contrastante (anzi: ancora più significativo proprio per questa ragione) con un clima festivo che già si annunciava all'insegna della sobrietà e che potrebbe subire un'ulteriore stretta verso la severità a causa dell'andamento del Covid-19. Il timore per le conseguenze nell'immediato futuro degli assembramenti non è solo italiano, basti pensare alle misure adottate da Angela Merkel in Germania, e questa volta - dopo i turisti in spiaggia, i ragazzi in discoteca e gli immigrati - sono finiti nel mirino come untori i clienti recatisi in massa a fare shopping per i regali natalizi.

Sempre nei giorni scorsi, però, l'immagine della felicità circolata maggiormente è stata quella relativa alla vittoria degli Azzurri nel mondiale di calcio dell'82, in occasione della scomparsa di Paolo Rossi che ne fu il principale protagonista. Tutti coloro che hanno l'età giusta avranno sicuramente ricordato il momento di irrefrenabile gioia collettiva che pervase l'Italia in quell'estate. Chi scrive si trovava a Genova, nota per la sua morigeratezza e per la sua tendenza a privilegiare la lamentela sulla soddisfazione, ai limiti dello scorbutico. Ebbene anche quella città, che peraltro importò il football in Italia, esplose in caroselli impazziti come tutte le altre.

Probabilmente anche chi ha vissuto da tifoso l'altro titolo mondiale del 2006 ricorderà quello di Spagna con particolare nostalgia, per ragioni soggettive o collettive, così come si rimane particolarmente legati a uno scudetto vinto dalla nostra squadra del cuore e come Italia Germania 4 a 3 di Messico 1970 è rimasta la partita più amata dagli italiani, pur non avendo portato al conseguimento di un titolo. Allo stesso modo in cui Diego Armando Maradona, in due diversi Sud del mondo e dell'Italia, l'Argentina e Napoli, ha rappresentato molto di più che un grandissimo campione, secondo molti il migliore calciatore di sempre.

Il successo nel nostro immaginario e nella nostra memoria del mondiale regalatoci da Paolo Rossi e dai suoi compagni di squadra - tra cui Marco Tardelli, la cui esplosione di tripudio resta una delle immagini più travolgenti, assieme all'esultanza sugli spalti di Sandro Pertini – è dovuto anche, come qualche analista ha evidenziato, al ruolo assunto da quell'evento sportivo di chiusura simbolica del lungo e plumbeo decennio di violenza che percorse l'Italia. Un periodo, dal punto di vista della cronaca, in qualche modo concluso dalla strage di Bologna del 1980 e aperto da quella di Piazza Fontana a Milano del 1969.

La generazione che ha conosciuto, vissuto e sofferto gli anni '70 non faticherà a ricordarne il clima cupo e il grande, comprensibile desiderio di uscirne: dal punto di vista psicologico e della propria percezione personale, prima ancora che da quello oggettivo. Purtroppo stragi e attentati continueranno a insanguinare e a inquinare la nostra storia, ma nel 1982 volevamo cambiare pagina, aprire una stagione di maggiore serenità e il mondiale lo consentì, soprattutto a chi in quegli anni era giovane, come una sorta di imprinting, di rito di iniziazione o di passaggio. Di questo continuiamo a essere per sempre grati all'indimenticabile Pablito. “Paolo Rossi era un ragazzo come me”, ha cantato Antonello Venditti.

Ma per tornare al Natale e al fine anno sobri e severi dei nostri giorni, e pensando a chi è in età giovanile oggi, viene da chiedersi quale tipo di imprinting gli adulti, le donne e gli uomini di domani riceveranno da questo periodo straniante ed eccezionale - speriamo sia davvero tale - di riduzione delle libertà, di misure di sicurezza, di allentamento e talvolta annullamento dei legami sociali, persino nei momenti in cui la vicinanza degli affetti è più preziosa, oltre che di lutto, di morte, di crisi profonda dell'economia. La pandemia forse confermerà la tendenza già in atto a godere di piaceri meno materiali, meno consumistici, meno iper-capitalistici, a concentrarci sulle piccole cose.

Abbiamo voluto dedicare l'ultimo Almanacco della Scienza del 2020 alla felicità. Vi invitiamo a leggerlo dandovi appuntamento al 13 gennaio, facendovi e facendoci gli auguri per i 10 anni del nostro web magazine nell'attuale formato e preparandoci a festeggiare i 20 dalla sua nascita, che cadranno tra qualche mese e che intendiamo celebrare con alcune iniziative di cui vi diremo. Naturalmente, soprattutto, con questo numero intendiamo fare a tutti i nostri lettori, autori e collaboratori i migliori auguri per un buon Natale e per un anno nuovo che speriamo vivamente sia migliore di quello che stiamo chiudendo.

Marco Ferrazzoli