Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 8 - 22 apr 2020
ISSN 2037-4801

Editoriale

I due Cavalieri dell'Apocalisse

La comparazione fatta durante la consueta conferenza stampa della Protezione civile, secondo cui il numero di vittime per Coronavirus in Lombardia è stato il quintuplo dei morti per bombardamenti a Milano durante i cinque anni della Seconda guerra mondiale, è stata la affermazione più evidente ed esplicita di un'analogia che si ripete dall'inizio dell'epidemia e che ritroverete anche nell'Almanacco della Scienza on line da oggi. In primis nel Focus monografico, che abbiamo dedicato alle catastrofi e calamità del passato.

In effetti, pestilenze e guerre sono accoppiate nella nostra storia e nella nostra cultura sin dalle origini. L'Iliade, il libro che “inaugura” la letteratura europea, si apre con la peste che colpisce il campo dei soldati achei. E tra i quattro Cavalieri dell'Apocalisse, noti anche a chi non sia un esperto biblista grazie all'omonimo film hollywoodiano, la coppia è di nuovo presente. Parlare di “guerra” al virus è insomma inevitabile, così come stabilire similitudini e confronti tra i contagi del passato e quello da Covid-19: in intervista, lo storico Franco Cardini ricorda la peste fiorentina del Boccaccio.

Nei media, a dire il vero, abbiamo trovato tanto appelli a non usare la terminologia bellica in riferimento all'attuale pandemia, quanto editoriali – come quello di Aldo Cazzullo – che hanno invece ribattezzato la lotta contro il contagio come una “resistenza”, richiamando il 25 aprile che cade in questi giorni. Forse la chiave della contraddizione sta nella fortunata contingenza che, come europei, ci porta a non essere quasi più stati combattenti sul campo da 75 anni e a non ospitare conflitti della durata e portata delle due “guerre mondiali” del XX secolo. Non che scontri bellici ecumenici non si siano consumati anche prima, basti pensare a quelli plurisecolari tra cristiani e musulmani, e anche oggi, lontano dalle nostre pacifiche lande, ci si uccide con la stessa ferocia del passato. Questi tre quarti di secolo sono stati insomma un'anomalia, considerando che la storia umana non ha mai conosciuto un periodo di pace universale e che il conflitto, lo scontro, la violenza sono purtroppo una nostra costante, storica e relazionale.

Filippo Tommaso Marinetti definì la guerra “sola igiene del mondo”: aforisma sgradevole, che Michele Serra satirizzò genialmente, dicendosi d'accordo “purché la facciano solo i volontari”, ma un paradossale fondo di verità il futurista lo aveva colto. La guerra spesso è servita a resettare situazioni di caos, conflitti sopiti e palesi, deficit e debiti insostenibili, sommergendole sotto la sua ondata di morte e distruzione e consentendo una ripartenza all'insegna dello sviluppo e del progresso. Ma la sedazione di tregue e trattati sovente non è stata che il detonatore di ulteriori belligeranze. E c'è chi sostiene, anche a livello etologico e genetico, che quando non si combatte con le armi spesso si trasferisce l'aggressività in altri campi, dallo sport all'economia. Per citare la celeberrima frase attribuita a Carl Von Clausewitz, del resto, “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.

Forse chiamiamo “guerra” la battaglia contro il virus perché la stragrande maggioranza di noi ha avuto la fortuna di non farne una “vera” e perché verso il virus proviamo un odio probabilmente superiore a quello che intercorreva tra soldati costretti a indossare divise diverse. Nel concreto, però, l'attualità è del tutto diversa. In primo luogo, il nemico appartiene a una specie vivente diversa dalla nostra e quindi gli uomini dovrebbero tutti sentirsi alleati: in realtà le cose vanno un po' diversamente e si nota la divergenza tra Paesi, istituzioni e organismi deputati a guidare la lotta, così come si equivoca l'incertezza del mondo scientifico, inevitabile visto che siamo alle prese con una “bestia” ancora misteriosa, come un elemento di debolezza. Qui la cautela di chi fa comunicazione è essenziale e bene ha fatto chi ha esortato a evitare le titolazioni trionfalistiche. Un'analogia bellica che invece funziona è quella di considerare come “eroi” i medici, infermieri, il personale sanitario e volontario che compiendo il proprio dovere rischia la vita con particolare frequenza, proprio come fa un soldato.

Altre differenze sostanziali sono nel fatto che siamo costretti a condurre la lotta contro il Coronavirus nell'isolamento e nella quarantena, esasperando e minando le relazioni umane, mentre in guerra i rapporti tendono a stringersi più forte, anche se con sentimenti diversi, dal tradimento all'alleanza, dall'amore all'odio. In “Solitudine” Mattia Ferraresi (Einaudi) indaga proprio l'esplosione di digitale e virtuale, peraltro precedente all'emergenza sanitaria, con cui cerchiamo di compensare l'assenza di contatti concreti e fisici. Il tempo che passiamo sul web è raddoppiato e la casa è diventata la nostra prigione, mentre in guerra era un rifugio, proprio per questo soggetto ai tentativi di distruzione del nemico. Non ultima differenza, all'attuale epidemia mancano i riti religiosi, che in periodo bellico per chi ha fede sono un conforto prezioso: non per nulla sui media ricorrono questi simboli, come l'altare della chiesa di Santa Maria della Salute a Venezia e il crocifisso di San Marcello, che Papa Francesco ha voluto assieme all'icona della Salus Populi Romani a San Pietro, il 27 marzo, nel surreale e silenzioso vuoto di piazza San Pietro, cui Michele La Ginestra ha dedicato una commovente poesia diventata virale sui social media.

Cosa i giorni del Coronavirus e quelli delle guerre hanno poi in comune è il diffuso, endemico sentimento della paura, oggi ispirato soprattutto dal nostro prossimo, dal nostro vicino, più che dal nemico straniero e lontano. I due cavalieri apocalittici, insomma, corrono spesso in parallelo, si pensi solo alla “Spagnola”, che aggravò l'Europa già flagellata dalla Grande Guerra. Che lezione trarne, la storia ci può davvero essere maestra? Se impariamo a non ripetere gli errori già commessi sì: se seguiamo e diffondiamo false notizie, complottismi, cacce agli untori, infrazioni alle misure di salute pubblica, che ricordano molto quelle riportate da storiografi e scrittori, vuol dire che siamo studenti piuttosto somari.

Marco Ferrazzoli