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CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 5 - 11 mar 2020
ISSN 2037-4801

Editoriale

L'anno del Covid-19

Il 2020 verrà sicuramente ricordato come l'anno del Covid-19 (Coronavirus Desease 2019), per usare la definizione ufficiale di quello che all'inizio, e comunque anche dopo il conio del termine scientifico, abbiamo chiamato semplicemente Coronavirus. In effetti, l'epidemia si è diffusa in tutto il mondo nel giro di pochissimo tempo ed è quindi comprensibile che i due nomi siano entrati nel vocabolario corrente. Così come la relativa informazione è prepotentemente dilagata nelle case, nei media, nei social network, nelle conversazioni private.

Al momento in cui usciamo con questo Almanacco della scienza, in Italia il numero complessivo dei contagiati, comprese le vittime e i guariti, ha superato quota 10.000. Le vittime sono 631, la maggior percentuale si registra tra 80-89 anni. Il numero dei decessi nel mondo ha superato quota 4 mila. Nello scenario globale, l'Italia si connota quindi come uno tra i Paesi più colpiti: sia dal contagio, sia dall'informazione virale che gli gira attorno. Il fulcro di questo boom multimediale di notizie è il mistero. Non abbiamo ancora certezza sulla natura del Coronavirus, sulla sua origine, sulle modalità di trasmissione, sul suo sviluppo, sulla sua morbilità e mortalità… Si pensi solo all'identiificazione del “paziente zero”.

Riguardo invece al “momento zero” informativo, ne possiamo identificare diversi, per lo meno per quanto concerne i media italiani. Quando il Coronavirus è esploso in Cina, i mezzi di comunicazione nazionali ne hanno parlato “a bassa intensità” e con un livello di preoccupazione enormemente minore rispetto a quando abbiamo registrato i primi due casi in Italia: marito e moglie di nazionalità cinese, in vacanza nel nostro Paese, ricoverati all'ospedale romano Spallanzani perché positivi al tampone. Il monitoraggio della coppia e l'isolamento della restante parte del gruppo turistico hanno dato un volto più prossimo a questo nuovo virus fino ad allora quasi sconosciuto e proveniente da molto lontano, lo hanno reso un nemico concreto, dando anche il via a una sorta di caccia all'untore talvolta venata da un certo razzismo.

A questa prima fase dell'informazione è seguita la seconda, con il primo italiano contagiato, residente in Lombardia; la regione che sarebbe diventata il principale focolaio nazionale. Nel giro di poche settimane sono poi usciti sempre nuovi casi, il bollettino dei contagiati è cresciuto quotidianamente, in parallelo alla preoccupazione dei cittadini. Il terzo e fondamentale momento che ha fatto dilagare l'infodemia da Covid-19 è stato il primo morto in Italia. Da quel momento, la psicosi a livello popolare ha assunto varie forme: c'è chi ha iniziato a fare incetta di scorte alimentari e di altri beni, l'amuchina e le mascherine sono divenute una sorta di oggetti del desiderio, la quarantena è divenuta un termine e un concetto correnti, altre misure di contenimento hanno spontaneamente preceduto la loro ufficializzazione istituzionale e normativa.

Fenomeni di massa comprensibili, persino quando errati, tanta è la preoccupazione indotta da un'epidemia potenzialmente mortale (per quanto blandamente, in cinici termini statistici e comparativi). Peraltro, non tutti i cittadini né tutta la Penisola sono piombati nel panico: le differenze individuali, caratteriali, culturali, psicologiche, geografiche hanno anzi aperto una sorta di spaccatura tra l'isteria e lo scetticismo, la fobia e l'ironia. Nel frattempo, l'informazione come si è comportata? Si è progressivamente trasformata in un monopolio, in un “tormentone”, relegando ai margini qualunque altro fatto di cronaca.

All'interno di quest'infodemia, contenuti, protagonisti e toni utilizzati sono stati i più vari. In questa situazione così delicata e complessa non sono mancate le fake news – inevitabilmente, visto che la bufala mediatica pascola laddove manca certezza scientifica, come in questo caso - che hanno accompagnato la cronaca del contagio e il dibattito sui metodi di prevenzione e sulle ipotesi di cura. Ma dobbiamo anche dire che le fonti istituzionali e scientifiche hanno fatto la loro parte, dimostrando buone capacità mediatiche e contenendo molti complottismi, fantasie, eziologie indimostrate e sedicenti terapie. D'altronde, proprio la mancanza di certezze scientifiche granitiche, il processo di conoscenza “in fieri”, ha impedito quella polarizzazione tra scienza e fake, tra realtà fattuale e libera opinione che ha connotato altri fenomeni scientifico-mediatici, si pensi ai vaccini.

Facciamo solo un esempio, ma confortante. Mark Zuckerberg ha deciso di “bannare” su Facebook tutti i post che alimentino teorie complottiste o spaccino terapie miracolose. È uno dei segnali di come i magnati dell'informazione stiano comprendendo che il loro potere ha un futuro solo se utilizzato per indirizzare in modo sensato i modi di agire e di pensare dei pubblici. Peraltro, l'infodemia da Covid-19 si è nutrita anche davanti alla televisione, che si conferma mezzo di comunicazione fondamentale, così come con la radio, la stampa, le comunicazioni via cellulare… L'ormai consolidata crossmedialità ha trovato in questa vicenda la sua ennesima conferma.

Marco Ferrazzoli