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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 4 - 3 apr 2019
ISSN 2037-4801

Editoriale

Dieci anni dopo L'Aquila: ricordare e riflettere

Con l'Almanacco della Scienza on line da oggi vogliamo ricordare il sisma che ha colpito L'Aquila il 6 aprile di 10 anni fa, provocando vittime ed effetti disastrosi nel capoluogo e nel territorio abruzzese. Nel Focus monografico, con l'aiuto dei nostri ricercatori, vengono illustrate tecnologie e competenze che vari Istituti del Consiglio nazionale delle ricerche hanno a messo a disposizione dopo il sisma, lavorando a fianco della Protezione civile e delle altre strutture deputate. Naturalmente le problematiche legate al terremoto aquilano e, più in generale, alla prevenzione dalle cosiddette calamità naturali e alla protezione del territorio non si esauriscono nei temi qui trattati.

Si pensi solo al processo intentato alla Commissione grandi rischi a margine del sisma. A distanza di un decennio, quella vicenda giudiziaria - oggetto di numerosi studi e articoli, specialistici e divulgativi, tra i quali un capitolo della collettanea 'Parola di scienziato' che abbiamo curato con Francesca Dragotto - rimane emblematica da un punto di vista storico e culturale. Può essere assunta come il segnale che ha reso evidenti le contraddizioni esistenti tra la comunità scientifica e gli altri stakeholder: opinione pubblica, mass media, istituzioni politiche, magistratura. Come una cartina di tornasole, una sorta di 'perdita dell'innocenza'.

Prima della scossa più grave e devastante dello sciame sismico aquilano, si era diffusa la voce secondo cui mediante la misurazione del radon si sarebbero potute fornire importanti valutazioni sismologiche di tipo 'previsionale'. Già questo dato è molto significativo, poiché chiarisce come si configurino quelle che, oggi ancora più che all'epoca, chiamiamo fake news: notizie, cioè, che in genere non sono del tutto inventate, ma che contengono un fraintendimento sottile e pertanto molto più pericoloso. Affermazioni totalmente prive di valore e significato, come per esempio quelle dei terrapiattisti, sono un problema minore e potrebbero quasi essere considerate divertenti. Nel caso del radon invece si tratta di un gas la cui emissione è effettivamente studiata come possibile precursore sismico ma la cui utilità, almeno al momento, è nulla, poiché non fornisce la definizione spazio-temporale sufficiente per applicare le misure di Protezione Civile e ordine pubblico necessarie.

Pur se lanciato in base a valutazioni di attendibilità dubbia, d'altronde, l'allarme aveva suscitato un'ampia eco mediatica, che indusse a convocare una seduta straordinaria della Commissione grandi rischi all'Aquila, demandando ai tecnici e agli scienziati il compito di comunicare alla popolazione un messaggio rassicurante. Nello specifico, secondo la Corte di Cassazione, le dichiarazioni di Bernardo De Bernardinis ebbero un indebito effetto rassicurante sulla popolazione. Questo ci dice molto della difficoltà che gli scienziati incontrano quando devono dare una comunicazione completa, chiara e corretta del loro lavoro. E soprattutto quando lavorano come consulenti di autorità pubbliche deputate all'adozione delle misure di prevenzione e protezione, quali sindaci e Protezione civile. Si tratta di una contingenza evidentemente molto delicata, così come quella in cui si trovano le stesse autorità: basti pensare ai casi di eventi meteorologici avversi come le nevicate, fortunatamente meno cruenti, o a quelli di frane e alluvioni, purtroppo molto dannosi e frequenti in Italia.

Difficoltà e delicatezza sono relative alla scelta tra l'adozione di misure cautelative e preventive, con l'ovvio rischio che si rivelino inutili o eccessive a seguito del mancato o minore verificarsi dell'evento temuto, e la scelta opposta di non adottare quelle misure, reputando l'evento scarsamente probabile ma assumendosi la terribile responsabilità che si verifichi e comporti danni e vittime. È quindi necessario che questa scelta difficile e delicata resti di competenza delle pubbliche autorità e non degli esperti e dei consulenti che, ad esse, devono solo fornire le informazioni per effettuarla: altrimenti la comunità scientifica potrebbe essere sempre meno disponibile a prestare questo tipo di supporto. Siamo in bilico fra il dovere civico e deontologico della ricerca e la necessità che la politica disponga delle competenze indispensabili per garantire la pubblica incolumità e il bene dei cittadini.

Distinguere tra i diversi ruoli istituzionali significa però accettare i limiti della scienza, la realtà per la quale di fronte a molte avversità, dagli eventi calamitosi alle malattie, le risposte che possiamo dare sono lontane da quanto desidereremmo. Diciamo questo anche perché, nella rappresentazione mediatica che si diede del processo, si è ingenerata una forte confusione ed è passata a molti l'errata versione secondo cui la Commissione grandi rischi sarebbe stata accusata per non avere 'previsto' il terremoto.

Come dicevamo, la vicenda è paradigmatica, rappresenta uno dei casi più clamorosi delle criticità che si frappongono nelle relazioni tra ricercatori, pubblici, media, istituzioni e magistratura. Non l'unico, però. Si pensi per esempio alle sentenze che hanno riconosciuto a famiglie di bambini autistici risarcimenti a carico della sanità pubblica in base al presunto nesso causale tra vaccinazioni in età pediatrica e insorgenza della sindrome dello spettro autistico: questa sì una bufala del tutto truffaldina, inventata da Andrew Wakefield, che ancora circola molti anni dopo la sua piena smentita. Nel dibattito pubblico è frequente la lamentela sull'insufficiente attenzione che le istituzioni politiche riservano alla ricerca scientifica, per esempio sull'inadeguatezza dei finanziamenti (critica senz'altro condivisibile, ancorché in Italia il problema maggiore riguardi il finanziamento privato), ma non si ricorda abbastanza quanto sia importante che una pari considerazione per il lavoro dei ricercatori sia assicurata dai media e dagli altri soggetti dotati di poteri statuali.

Marco Ferrazzoli