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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 2 - 7 feb 2018
ISSN 2037-4801

Editoriale

Le parole sono importanti. Quelle della scienza, di più

Gli antichi dicevano che “Nomina sunt consequentia rerum”, i nomi conseguono alle cose, ma l'impressione che oggi talvolta abbiamo è che sia l'opposto, che siano le parole con cui le definiamo a creare le cose: pensiamo a 'chef' o 'stilista' che, sostituendo 'cuoco' e 'sarto' hanno dato a questi due mestieri, nobilissimi ma un tempo negletti, una nuova aura modaiola (o 'trendy', tanto per restare in tono). Neologismi ed espressioni di tendenza sono spesso più appariscenti che solidi, come dimostrano gli effimeri successi di “petaloso”, cavalcato dai media e dai motori di ricerca web ma non dai vocabolari, e di “closing”, usato ripetutamente quanto incomprensibilmente nel caso di una trattativa societaria in luogo del già disponibile “chiusura”. Ben diversa solidità hanno dimostrato nella letteratura e nel parlato i danteschi “bolgia” e “contrappasso” e i dannunziani “tramezzino” e “Rinascente” (anche al Vate, però, andò male quando tentò di sostituire “guanto” con “chiroteca”).

In questa “logomachia” la scienza gioca un ruolo ben più importante di quanto si pensi. Tra le parole che i presidenti statunitensi hanno usato per la prima volta nei loro primi discorsi sullo stato dell'Unione, informa il Washington Post, troviamo: obesità, smartphone e robotica per Obama; antrace, mente (mind) e nanotecnologie per Bush jr.; Hiv, internet e clonazione per Clinton; amputazioni, oppioide, stampelle, spina dorsale, respirazione e paramedici per Trump. I termini riconducibili al lessico tecnico-scientifico, come si vede, non sono pochi, anche se magari sono stati usati con un'accezione e in un contesto diversi da quelli originari. L'attuale inquilino della Casa Bianca, peraltro, è stato criticato perché, durante una riunione ai Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, un funzionario avrebbe diffuso una sorta di 'lista nera' di parole ed espressioni da non usare in ambito sanitario, quali “supportato da prove scientifiche” e “basato sulla scienza”. Venendo a casa nostra, bisogna ricordare che il dibattito sulla fondatezza del concetto di “razza” applicato agli esseri umani, e quindi sulla legittimità dell'uso di tale termine, ha arroventato la comunità scientifica ben prima di quella politica (al punto che alcuni ricercatori hanno chiesto di espungere questo lemma anche dall'art. 3 della Costituzione).

Le parole della scienza, come le altre, sono soggette a dinamiche mutevoli. Pensiamo a “clonazione”, che conobbe un successo straordinario ai tempi della pecora Dolly - quando si cominciò a usarla come sinonimo di copia, plagio, imitazione - per poi appannarsi e tornare in auge con l'esperimento cinese sulle due scimmie. Oppure a “digitale”, che la tecnologia ha imposto all'uso comune ma della quale molti di noi, probabilmente, faticherebbero a dare una definizione precisa. E ancora a “bitcoin”, sulla quale sorge il dubbio che sia proprio l'ampia diffusione linguistica ad avallare la fiducia di chi decide di spendere e investire nella misteriosa moneta virtuale. E che ne è di “colesterolo” e “trigliceridi”, oggi molto meno citati ma che qualche anno fa erano sulla bocca e nella mente di tutti, mentre attendevamo ansiosi i risultati delle nostre analisi ematiche dopo qualche stravizio alimentare? Di gran voga oggi, invece, “start up”, “resilienza” o “eccellenza”, tanto che c'è chi ne lamenta l'abuso retorico.

Ad alcune parole e locuzioni scientifiche e tecnologiche abbiamo dedicato il Focus monografico di questo Almanacco della scienza, così da indagarne assieme ai ricercatori del Cnr il vero significato, gli usi e gli abusi. Perché “Le parole sono importanti”, come recita una citatissima ma sempre valida battuta di Nanni Moretti in 'Palombella rossa'. Quelle della scienza, ancora di più. Buona lettura.

Marco Ferrazzoli