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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 1 - 16 gen 2013
ISSN 2037-4801

Editoriale

L'anno della ricerca che verrà

"Il prossimo novembre il Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche, compirà novant'anni", ricordava nei giorni scorsi il nostro presidente, Luigi Nicolais. "Una ricorrenza che utilizzeremo per fare del 2013 un anno di riflessione e di confronto sui valori della ricerca scientifica, sulla sua importanza per la vita economica e sociale, ma anche sulle difficoltà da superare affinché essa venga sempre più percepita come un investimento ineludibile e necessario per il futuro del Paese".

Traguardare con i nostri auspici i 12 mesi che ci si aprono davanti, a inizio anno, è inevitabile: nell'imminenza di una competizione elettorale, poi, riporre le proprie speranze nel futuro prossimo lo è ancora di più. "Se, nel 2013, su ricerca e innovazione il prossimo governo saprà assumere scelte decisive e lungimiranti, davvero sarà un bel modo di festeggiare", concludeva nel suo intervento il presidente Nicolais.

Certo, in qualche misura l'ottimismo degli scienziati è destinato a essere deluso. Una totale rispondenza tra le loro aspettative e le scelte effettuate dalle leadership è probabilmente impossibile. Il titolo del libro di Shimon Edelman allegato all'ultimo numero de Le Scienze, 'La felicità della ricerca', esprime questa realtà in modo semplice ed efficace: l'attività dei ricercatori richiede e presuppone un investimento di energie, entusiasmo, passione, positività che non può essere di tutti e che forse non può essere della politica, cui spetta il compito di mediare tra tanti interessi ed esigenze divergenti.

Anche paesi ai quali ci riferiamo come situazioni felici non sono tali in assoluto. In un suo intervento Serge Haroche, premio Nobel per la Fisica, pur rimarcando la favorevole situazione in cui i ricercatori francesi possono lavorare, evidenziava alcune limitazioni loro imposte, quali sistemi di valutazione troppo uniformanti e la tendenza a schiacciare la ricerca di base su quella finalizzata.

Cosa possiamo allora attenderci realisticamente dai tempi che verranno? Che chi ci governerà interpreti al meglio la mediazione nell'interesse comune, con la convinzione che l'attività di ricerca può produrre innovazione, emancipazione sociale, benefici anche concreti e materiali per tutta la società. A chi opera nei mass media e nella comunicazione scientifica, invece, sta il compito di definire gli orizzonti che la ricerca e la tecnologia potrebbero dischiuderci con più concretezza, facendosi meno suggestionare dalla 'gadgettizzazione', cercando di far comprendere quanto le innovazioni già acquisite siano sottoutilizzate, disperse, non ottimizzate.

Dalle prossime rappresentanze speriamo insomma di ottenere indicazioni equilibrate ma decise, per esempio maggiore chiarezza sull'agenda digitale, un migliore utilizzo delle risorse disponibili per superare il digital divide che affligge alcune aree del nostro paese, opportunità di ingresso nel lavoro e di carriera per i nostri ricercatori analoghe a quelle che essi talvolta cercano e trovano all'estero. Due nomi, al riguardo, vale la pena di citarli. Fabiola Gianotti (nella foto), donna della scienza incoronata da Time con tanto di copertina tra le cinque personalità più importanti al mondo, e Rita Levi Montalcini, da poco mancata e che svolse all'estero gran parte della sua straordinaria vita professionale. Entrambe sono lì a ricordarci gli italiani e italiane d'eccellenza cui il paese non ha offerto quanto meritavano. Non è retorica, a spingerci a valorizzare il merito dovrebbe essere la convenienza.

Marco Ferrazzoli