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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 18 - 21 nov 2012
ISSN 2037-4801

Editoriale

Precauzione, prevenzione, previsione, protezione

Avevamo progettato un numero dell'Almanacco della Scienza sul 'principio di precauzione' prima che si verificassero le piogge di metà ottobre, con relativi allarmi, e quelle di novembre, con conseguenti danni soprattutto in Toscana. E prima ancora che scoppiassero le polemiche sulla condanna dei membri della Commissione grandi rischi per le informazioni fornite in merito al terremoto dell'Aquila. Non lo diciamo per vantare il nostro 'fiuto' giornalistico ma, al contrario, per evidenziare come questo tema sia ormai di costante attualità.

Parliamo di 'precauzione', cioè del principio in base al quale si adotta una misura contro un rischio del quale, pure, non c'è certezza assoluta. Ma potremmo usare anche altri termini che spesso e imprecisamente sono scambiati tra di loro quali sinonimi: prevenzione, cioè l'adozione di misure tese a evitare un evento indesiderato e i suoi effetti; previsione, la possibilità di capire se e quando avverrà e con quali conseguenze; protezione, quindi provvedimenti che permettano di ridurre o annullare gli effetti negativi laddove il fatto si verifichi.

La confusione in merito deriva da una paradossale 'sopravvalutazione' della 'scienza' che, in realtà, non è un segno di considerazione ma di scarsa consapevolezza. Dalla pretesa che le conoscenze generate dalla ricerca possano determinare 'in automatico', senza margini di dubbio e con un rapporto costi-benefici sempre vantaggioso, le misure pubbliche finalizzate alla salvaguardia di cose e persone. Purtroppo non è così: la scienza procede asintoticamente rispetto alla 'verità' e il suo progresso permette di ridurre i margini dell'incertezza, che però resta ineliminabile.

Su quella che potrebbe sembrare una sfumatura si giocano equivoci sostanziali. Per esempio, siamo in grado di dire dove e quando si verificheranno un'alluvione, e ancor più un terremoto, con un'indefinitezza spazio-temporale che obbliga le autorità deputate ad assumere scelte opinabili. I rischi sono quindi quelli, opposti, di adottare misure eccessive o inutili, caricando la comunità dei costi economici e dei disagi pratici relativi, oppure di minimizzare il rischio e non fare ciò che consentirebbe di proteggere i cittadini e il territorio.

Le ultime settimane hanno fornito un campionario di esempi amplissimo: si è parlato di "tradimento" della scienza, si è rievocato il processo contro Galileo, abbiamo avuto fibrillazioni istituzionali, dimissioni, accuse e sospetti di soggezione a interessi economici, polemiche che hanno avuto un riverbero internazionale. In questo Almanacco abbiamo voluto riflettere su questi temi, tanto importanti che persino la campagna elettorale presidenziale americana ne è stata influenzata, affrontando anche aspetti come i vaccini o la sicurezza informatica, che non riguardano il territorio.

Per quanto concerne quest'ultimo, non dobbiamo dimenticare che la 'colpa', se non di tutti, è dei moltissimi che lo hanno devastato, al punto che sono state danneggiate da eventi calamitosi ben 14 regioni nel 2011 e 11 nel 2012. Dal 1960 frane e inondazioni hanno causato oltre 4mila vittime, mentre gli sfollati si contano in centinaia di migliaia, attesta l'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, il cui direttore Fausto Guzzetti ammonisce: "Sistemare le cose è possibile ma costoso e richiede uno sforzo di lungo periodo. In questo campo non esistono scorciatoie né soluzioni miracolistiche".

Così pure, non bisogna scordare il principio epistemologico fondamentale della fallibilità. Il Presidente e il Consiglio scientifico del Cnr, non a caso, hanno voluto evidenziare "la forte incertezza predittiva che caratterizza tutti gli eventi calamitosi anche alla luce delle migliori pratiche internazionali". L'unico modo di ridurre la fallibilità della ricerca è però darle fiducia, dotarla delle risorse necessarie ad avanzare nelle conoscenze che essa fornisce.

Marco Ferrazzoli