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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 8 - 9 mag 2012
ISSN 2037-4801

Editoriale

Un Dragon a caccia di minerali preziosi

È in partenza in questi giorni Dragon, una navicella spaziale finanziata da imprenditori privati tra i quali l'eclettico regista James Cameron, che dopo l'epocale successo di 'Titanic', recentemente rinverdito con la versione in 3D, si è aggiudicato il primato della discesa in solitaria sul fondo della Fossa delle Marianne e sta ora partecipando a quest'altra avventura.

È una sorta di passaggio di testimone. Quando a un baby boomer chiedevano cosa volesse fare da grande, "l'astronauta" era una delle risposte più gettonate, mentre tra i bambini di oggi lo sarebbe presumibilmente molto meno. Nel giro di qualche decennio, dopo l'allunaggio e il mutare della cornice storica in cui si inserivano le grandi missioni (la guerra fredda, la rivalità tra Usa e Unione Sovietica), la fascinazione esercitata dall'esplorazione spaziale nell'immaginario tecnico-scientifico, anche dei giovanissimi, si è indebolita. Forse è stata sostituita da altri temi, primo tra tutti quello ambientale.

A restituirle l'appeal di "storia", potrebbe essere ora la focalizzazione sugli obiettivi che sulla sua utilità anche pratica si pone la ricerca nello spazio. Non a caso, questa la fondamentale novità della missione di Dragon, il finanziamento arriva da imprenditori mossi da interessi commerciali, in prima fila i magnati della new economy che sperano di estrarre minerali preziosi dagli asteroidi, interessati anche al progetto parallelo del recupero dei motori dell'Apollo 11, finiti in fondo all'Oceano Pacifico.

Che tra questi 'mecenati' ci siano alcuni guru del business digitale e web come Larry Page ed Eric Schmidt di Google appare una sorta di nemesi, o come un passaggio di testimone tra il settore tecnologico che negli ultimi anni ha conosciuto il maggiore sviluppo e una diffusione planetaria immensa, quello dei new media e dell'Ict, e le missioni spaziali che così tornano di attualità. Ma c'è anche un'altro aspetto di notevole interesse, quello appunto dello spostamento del baricentro dei finanziatori dal pubblico al privato: dagli Stati che per varie ragioni, in primis una crisi economico-finanziaria globale che li tocca tutti seppure in misura diversa, alle aziende che cercano nuove opportunità di business.

Si tratta peraltro di una 'novità' già nota a chi lavora nella ricerca scientifica, che da tempo si è ormai abituato a cercare sempre più spesso le risorse per il proprio lavoro da partner aziendali e a contare sempre meno sulla garanzia dei fondi pubblici diretti. Certo, a un 'privato' il solo avanzamento conoscitivo, quella che soprattutto un tempo chiamavamo 'ricerca pura', interessa certamente meno della ricerca 'applicata': è inevitabile che decisori politici, imprese e cittadini, soprattutto quando la ricchezza e lo sviluppo diminuiscono, chiedano ai laboratori un ritorno pratico in tempi reali. È quindi compito di chi fa ricerca e di chi la comunica far comprendere la ricaduta di questo lavoro, ricordare i moltissimi avanzamenti raggiunti e la propria 'utilità'.

Marco Ferrazzoli