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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 5 - 11 mar 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Infodemia Covid-19  

Cultura

C'era una volta il "paziente 0"

Dalla mattina alla sera, nei giornali online o cartacei, in tv, alla radio, siamo bombardati di commenti e parole sul Coronavirus, tra cui l'espressione “paziente 0”, usata generalmente per indicare la persona da cui sarebbe partito il contagio, mentre si chiama “caso indice” il soggetto nel quale è stata documentata per la prima volta una malattia in un campione di individui oggetto di indagine epidemiologica. Per chi si occupa di malattie infettive e salute pubblica, dare un nome e cognome al paziente 0 significa poter risalire ai contatti che ha intrattenuto durante il periodo di incubazione, alle persone che potrebbero aver contratto e a loro volta trasmesso la malattia. La definizione è intuibile anche da chi non mastica quotidianamente il glossario di medici e infettivologi e, in effetti, il termine scientifico “index case” non è altrettanto suggestivo e immediato. Il rischio dell'espressione più colloquiale è però di dare l'immagine dell'“untore” spesso associata a epidemie e contagi. Eppure, come spiega Gilberto Corbellini, direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Dsu) del Cnr e ordinario di Storia della medicina presso l'Università Sapienza di Roma, che al tema ha dedicato un articolo sull'inserto domenicale del Sole 24 ore: “Paziente 0 nasceva da un refuso e fu inizialmente attribuito alla persona sbagliata. Si trattò dell'errata lettura di un report epidemiologico: invece di riportare “Patient O” dove O significava “Out of California”, la lettura fu “Patient 0”. Fu così che Gaétan Dugas venne ingiustamente additato come l'“untore” dell'epidemia di Hiv verificatasi negli anni '80 in Nord America, per poi scoprire nel 2016 che il virus era prima arrivato ad Haiti nel 1967 e poi a New York”.

Alla luce di questa triste e ingiusta storia, è lecito domandarsi se sia possibile svolgere adeguatamente tutte le indagini mediche e gli studi epidemiologici tutelando l'anonimato del “paziente 0”. “La normale riservatezza del rapporto medico-paziente, o paziente-sistema sanitario dovrebbe valere anche in questo caso”, secondo Corbellini, eppure la letteratura medica, tuttavia, riporta diversi casi di pazienti 0 con il loro nome e cognome: “L'epidemia di colera che uccise oltre 600 persone nei pressi di Broad Street a Londra partì da Frances Lewis, una bambina di un anno, morta nel 1854. Le acque di lavaggio dei pannolini con le feci contaminate vennero gettate dalla madre in un pozzo per le acque reflue crepato e le perdite raggiunsero una pompa per l'acqua potabile nelle vicinanze, fatto che portò alla scoperta che il vibrione del colera si trasmette attraverso l'acqua”, continua Corbellini. Curiosamente, lo scrittore di science-fiction H.G. Wells scrisse proprio nel 1896 “Il Bacillo rubato”, un racconto breve in cui un singolo individuo contamina la rete idrica londinese con il bacillo del colera, lasciando presagire uno scenario di guerra batteriologica.

Tornando ai giorni nostri, sempre da due bambini sembrano essere partite l'influenza suina del 2009 e l'epidemia di Ebola nel 2014: “Si pensa sia stato Edgar Hernandez di cinque anni il primo a contrarre la suina in un allevamento di maiali di La Gloria, in Messico, mentre Emile Ouamomo, un anno, si ammalò di Ebola giocando in un albero infestato da pipistrelli in Guinea, contagiando oltre ventimila persone con 7.842 morti”, aggiunghe il direttore del Cnr-Dsu. “Si continua a cercare il paziente 0 anche nel caso del Coronavirus a Wuhan. Uno studio pubblicato su Lancet il 24 gennaio scorso è risalito a un cluster di 41 individui, tra i quali un paziente che si sarebbe ammalato il 1 dicembre 2019”, spiega Corbellini. “Il problema è che la persona era malata di Alzheimer, non usciva di casa, e non si trovava nelle immediate vicinanze del mercato del pesce e della carne, da cui si pensa sia partita l'epidemia”.

In Italia, come nel resto dell'Europa, la caccia al paziente 0 può non avere molto senso ora che il virus sembra abbia una diffusione autoctona, si è ben adattato alla specie umana e viene trasmesso da portatori asintomatici. “Questa pandemia sfiderà non solo la resilienza dei nostri sistemi sanitari, ma anche le conquiste etiche e politiche del mondo occidentale. Le epidemie sono riconosciute storicamente dagli studiosi come fattori che causano derive autoritarie”, conclude Corbellini. “Esiste anche una teoria validata dagli psicologi sociali che spiega le differenze di autoritarismo politico in diverse regioni come dovute ai diversi livelli di stress parassitario locali che rafforzano socialmente le personalità autoritarie. Speriamo che quando Covid-19 sarà più o meno sotto controllo, oltre a qualche milione di morti e all'economia in ginocchio, non ci troveremo anche con meno libertà”.

Alessia Famengo

Fonte: Gilberto Corbellini, Dipartimento di scienze umane e sociali e patrimonio culturale del Cnr, Roma, tel. 06/49932657 , email direttore.dsu@cnr.it -