Ultima edizione | Archivio giornali | Archivio tematico | Archivio video

CNR: Alamanacco della Scienza

Archivio

N. 5 - 11 mar 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Infodemia Covid-19  

Cultura

Un virologo travolto dallo tsunami mediatico

Generalmente gli scienziati sono esseri metodici. Del resto, senza metodo non c'è scienza. Prendete me. Cascasse il mondo sveglia alle 6.30, caffè è biscotti, barba etc. e alle 7.45 in laboratorio. Generalmente alle 19.00-19.30 a casa. Cena. Libro. Letto. E si ricomincia. Seguo questa routine da 20 anni e mi ci sono costruito un ménage familiare e lavorativo che mi rassicura perché è ordinato, prevedibile e programmabile.

Poi arriva uno strano virus in Cina. Non è la prima volta che qualche bestiaccia compare da qualche parte nel mondo. Io studio i virus e, come le altre volte, me ne interesso. Ma niente che sconvolga la routine, anche se l'attenzione del pubblico è alta. Poi un malcapitato 38enne finisce in terapia intensiva proprio per questo nuovo virus. Il problema è che è il primo caso in Italia.

Molte volte sarebbe meglio tacere e lasciare parlare gli esperti, lo diciamo spesso. Ma… un momento: io sono un “esperto” e, quindi, perché non dovrei parlare? Pubblico allora un post sulla mia pagina Facebook. Poi un signore, che è anche un amico e che soprattutto fa il capo ufficio stampa al Cnr, il mio Ente, mi chiede di trasformarlo in una nota da mandare alla stampa. Certo, dico io, che male può fare diffondere ai media qualche informazione basilare ma corretta?

Il “male” è che da lì inizia uno tsunami mediatico. Il post e il comunicato diventano virali e io, che già ero piuttosto “attenzionato” dalla stampa di mio, divento improvvisamente uno dei “massimi esperti” sul nuovo Coronavirus (attenzione: non sono parole mie!). Così, improvvisamente, le mie giornate diventano una cosa del tipo: collegamento alle 6.45 per un giornale radio, poi tre-quattro interviste telefoniche, una dozzina per mail e whatsapp e si arriva all'ora di pranzo. Quindi si salta sul treno e oplà, entro in uno studio televisivo per una diretta. Rientro a casa e lungo il tragitto concedo un altro paio di interviste al telefono, così come accade aspettando la metropolitana e in macchina mentre torno a casa (con il viva voce, ovviamente).

Niente, non c'è orario che tenga, il mondo dell'informazione corre veloce e bisogna essere sul pezzo. Il problema è non finire a pezzi, facendosi travolgere da questa corsa mediatica. Telegiornali, programmi di approfondimenti, testate giornalistiche, ormai Giovanni Maga lo chiamano un po' tutti e dappertutto. In un mese - dicono i dati della rassegna stampa - oltre 1.200 presenze su web, carta stampata, radio e televisione. Anche perché, con la Rete, un commento viene preso e ripreso da decine di altri siti, giornali, persino dalla stampa estera. Ho scoperto di essere finito su un quotidiano degli Emirati Arabi! Adesso la gente inizia a riconoscermi per strada o al bar: un chiaro segnale che mi fa sorgere un dubbio: forse siamo andati troppo oltre.

In fondo io non sono un addetto stampa o un divulgatore in esclusiva, sono il direttore di un Istituto, l'Istituto di genetica molecolare del Cnr, con tutto quello che ne consegue. E tra l'altro sarei anche un ricercatore, con un gruppo di bravissimi giovani collaboratori che qualche volta vorrebbero potermi chieder consiglio. A latere, sono anche un marito e un padre, di una moglie e una figlia fortunatamente molto comprensive… ma non omnicomprensive. E così, quando esci di casa alle 6.00 e rientri alle 20.00, per poi tornare alle 21.00 in laboratorio per una diretta o collegarti alle 22.00 via Skype con un programma televisivo, la temperatura in casa inizia a salire.

Sono dispiaciuto? Pentito? No. Sono un ricercatore pubblico, il pubblico è il mio datore di lavoro e verso questo pubblico io ho dei doveri (ripetizione voluta, meglio sottolineare il concetto). Però il sistema è drogato. Troppo veloce, troppo assillante, troppo competitivo. Spesso ti chiedono un commento su una notizia uscita un minuto prima e che tu non conosci e hai mezz'ora per cercarla, studiarla, capirla e digerirla. Troppo poco. Devi comprimere in pochi minuti concetti complessi, rischiando di essere superficiale o impreciso. Nell'informazione tutto deve essere istantaneo, particellare, quantico… E chi ne usufruisce ne vuole sempre di più: subito, tanta che entri in vena e faccia effetto in fretta, come a un tossico cui la dose giornaliera non basta più. L'infodemia ce la creiamo anche noi, con il nostro desiderio spasmodico, quasi catartico, di sapere cosa succede agli altri, altrove. Forse per non essere costretti a vedere cosa succede a noi, nelle nostre case.

Insomma, quello della comunicazione non è “un paese per vecchi” ma attenzione: di infodemia si può, se non morire, ammalarsi.

Giovanni Maga

Fonte: Giovanni Maga, Istituto di genetica molecolare, Pavia, tel. 0382/546354, -55 , email maga@igm.cnr.it -