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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 7 - 8 apr 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Raffaello  

Ambiente

I satelliti, sentinelle delle calamità

A sinistra, dietro un colonnato in rovina si innalza una nuvola di fumo nero, a destra, un gruppo di donne si affanna per portare contenitori colmi d'acqua e sedare le fiamme che hanno attaccato un tempio. Sono i momenti che animano la scena dell'“Incendio di Borgo”, affresco realizzato da Raffaello e dai suoi aiuti nel 1514 in una delle Stanze Vaticane. Protagonista della composizione è Papa Leone IV che, come racconta il “Liber Pontificalis”, impartendo una benedizione placa miracolosamente l'incendio divampato nell'847 nel Borgo, il rione antistante l'antica Basilica di San Pietro, salvando popolazione ed edificio. L'opera, come le altre tre scene raffigurate nella medesima Stanza, esalta la figura di Leone X (1513-1521), per la cui committenza Raffaello lavorò anche descrivendo le vite di altri due pontefici omonimi del Medioevo: Leone III e Leone IV.

“Un grande incendio si diffuse nel quartiere dei Sassoni, incendio che iniziò a bruciare assai violentemente ogni cosa per via della forza delle fiamme... Ma il fuoco fu propagato in aria dalle raffiche dei venti, bruciando e distruggendo tutte le cose, cosicché giunse nelle vicinanze della Basilica del Beato Pietro”, si legge nel “Liber”, raccolta di biografie dei pontefici da San Pietro a Pio II (1458-64). Una testimonianza di come nel passato, nei centri urbani, questi eventi fossero assai frequenti a causa del diffuso utilizzo del legno come materiale da costruzione.

"La storia è purtroppo ricca di incendi disastrosi in molte città: Roma nel 64 d.C., Londra e Costantinopoli più volte nei secoli scorsi, Boston, Chicago e San Francisco fra fine '800 e inizi del '900, Tokyo nel 1923…”, spiega Antonello Provenzale direttore dell'Istituto di geoscienze e georisorse (Igg) del Consiglio nazionale delle ricerche. “I sistemi di prevenzione erano scarsi e i mezzi di contenimento insufficienti, cose che, unite all'abbondanza di materiali altamente infiammabili, potevano dar luogo a disastri apocalittici. Si è visto del resto anche recentemente, con la distruzione della parte superiore lignea di Notre Dame a Parigi, quanto sia difficile tenere a bada il fuoco una volta che si è pienamente sviluppato”. Ancora oggi l'abbondanza di prodotti infiammabili, non più solo il legno ma anche molti materiali plastici, possono essere un rischio e alimentare un fenomeno difficile da controllare, che può scaturire da corto circuiti, esplosioni di gas, imperizia, dolo. Pertanto, è cruciale utilizzare materiali ignifughi e osservare tutte le precauzioni necessarie.

La precauzione gioca un ruolo fondamentale anche nel tutelare le aree verdi limitrofe alle città. “In Europa, la quasi totalità degli incendi sono di origine umana, accidentale o dolosa. In ogni caso, l'intensità e la dimensione dell'area bruciata dipendono dalle condizioni meteorologiche e climatiche presenti al momento: estati secche, scarsità di precipitazione, temperature alte implicano una maggiore disponibilità di combustibile, ovvero di legna e rami secchi”, prosegue Provenzale. “Il vento, poi, è un fattore importante nel propagare rapidamente le fiamme e renderne estremamente difficoltoso il controllo”.

Gli ecosistemi rispondono diversamente a queste calamità. “In Europa mediterranea, Australia e California questi eventi fanno parte di una dinamica normale e naturale: se però gli ambienti naturali sono adiacenti o addirittura ospitano concentrazioni di popolazione e infrastrutture fisse, questa dinamica diventa un pericolo”, continua il direttore del Cnr-Igg. “In altre zone invece gli incendi non sono così comuni: nelle regioni boreali in Europa, in America e in Asia. Gli episodi verificatisi in Scandinavia e, qualche mese fa, in Siberia hanno indicato una situazione nuova, in cui ecosistemi non adattati al fuoco sono stati colpiti da incendi enormi. Più a nord, l'effetto delle fiamme sullo scongelamento del permafrost può accelerare un processo già in atto autonomamente, a causa del riscaldamento globale, e provocare un effetto di ulteriore amplificazione sull'aumento delle temperature. I grandi incendi boreali sono anche una sorgente di aerosol scuri, carboniosi, che vengono trasportati verso l'Artico e contribuiscono alla fusione già accelerata della neve e del ghiaccio”.

Gli incendi si inseriscono insomma in un quadro ambientale e climatico complesso e critico, per questo la ricerca scientifica è impegnata soprattutto nelle zone più a rischio. “Gli studi attuali si concentrano soprattutto sulla previsione giornaliera, mensile e stagionale, sulla valutazione dei possibili scenari futuri. In queste attività, il Cnr è in prima linea con l'utilizzo delle osservazioni satellitari ad alta risoluzione spaziale e temporale e con lo sviluppo di modelli predittivi, misure e validazione al suolo”, aggiunge Provenzale.

Ma come si possono recuperare le aree devastate? “Per fortuna gli ecosistemi si riprendono autonomamente, anche se possono volerci decenni; tuttavia le zone bruciate sono spesso soggette a erosione più violenta, con il rischio di frane e dilavamenti”, conclude il ricercatore. “Occorre quindi aiutare la ripresa, intervenendo con una oculata scelta della vegetazione, che deve rispettare l'ecosistema ma non essere facilmente incendiabile. Su questo, il contributo degli scienziati forestali è cruciale. Diverso è il discorso degli ecosistemi abitualmente non percorsi da incendi, in cui è più difficile capire come tali regioni evolveranno, anche a causa dei cambiamenti climatici particolarmente evidenti in Artico, che potrebbero portare a situazioni completamente nuove, almeno sulla scala della storia umana”.

Sandra Fiore

Fonte: Antonello Provenzale, Istituto di geoscienze e georisorse, Pisa, tel. 050/6212372 , email a.provenzale@igg.cnr.it -