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CNR: Alamanacco della Scienza

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N. 3 - 12 feb 2020
ISSN 2037-4801

Focus - Fare il bene - fare bene  

Ambiente

 Quando è meglio “non fare”

Tutti gli esseri umani si muovono seguendo una propria idea di bene. In quest'ottica, anche le visioni più inaccettabili della politica di dominio dell'uomo sull'uomo e sulla natura si sono mosse a partire da un'idea di “bene”: persino lo sterminio di (si stima) 80 milioni di nativi in America alla fine del 1500 era mosso da un'idea di “bene”. Tutto questo per non parlare della “banalità del male” con la quale Hannah Arendt definì l'appoggio dato silenziosamente, passivamente da tanti cittadini, tedeschi e non, alla infernale macchina dello sterminio messa in piedi dal regime nazista: un mondo del male, ma organizzato “bene”.

Con il passare degli anni capita di ripensare ai libri o anche solo alle frasi che più hanno influenzato la nostra vita di ricercatori e più in generale la nostra esistenza. Al liceo mi sono imbattuto nella potenza di un'affermazione di Karl Marx: “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”. Parole che per anni mi hanno infiammato: illusoriamente, direi oggi. Molti anni dopo ho incontrato la frase con cui Martin Heidegger inizia la sua “Lettera sull'Umanesimo”: “Noi non pensiamo ancora in modo abbastanza decisivo l'essenza dell'agire”. Ci ritroviamo di nuovo nel “fare” e su quanto non riflettiamo a sufficienza sui presupposti che muovono i nostri comportamenti, azioni, scelte.

Una conseguenza di questa mancanza di consapevolezza sulla quale ho avuto particolare occasione di soffermarmi, avendo poi intrapreso una carriera di ricerca in questo settore, è il modo con cui gestiamo l'ambiente: dimenticando, per esempio, gli impatti che su di esso sono stati operati da parte dell'uomo nel passato più o meno recente, tutti sempre sostenuti da una idea di “bene” a vantaggio di un singolo o di un gruppo, del cosiddetto “progresso”: disboscamenti, cambio dell'uso del suolo, diversioni e spostamenti di interi delta di fiumi, costruzione di siti industriali inquinanti persino nelle aree costiere e lagunari più incontaminate. Tutte queste azioni sono state obliate e continuiamo ad affacciarci sul mondo con la stessa dicotomia: l'“Uomo” astratto da una parte e la “Natura”, da domare e dominare, dall'altra.

All'origine dell'agire, nel pensiero occidentale che almeno finora è il pensiero della globalizzazione, c'è il pensiero tecnico, che spesso si riduce a logistica e che si illude di poter risolvere la nostra esistenza solo attraverso la soluzione dei problemi materiali. Cos'è il “bene”, allora? Davvero solo questo? È evidente come l'uomo (inteso, di nuovo, come l'uomo occidentale con il suo pensiero tecnico) stia alterando il clima, distruggendo gli ecosistemi, riducendo drammaticamente la biodiversità, tanto da portarci alla cosiddetta “sesta estinzione”. I processi che la nostra economia ha generato nell'epoca attuale, che ormai chiamiamo Antropocene, rischiano di portare a cambiamenti climatici irreversibili e dei sistemi naturali. Anzi ad amplificarli: ad esempio, se il riscaldamento alle alte latitudini del Pianeta porterà allo scioglimento del permafrost (il suolo permanentemente ghiacciato delle aree polari), provocheremo la liberazione in atmosfera di una quantità di carbonio (metano e anidride carbonica) maggiore di tutti i gas climalteranti finora immessi dal nostro modello di sviluppo economico mediante industria, trasporti, consumo del suolo, ecc. Questo effetto di amplificazione sarà drammatico e irreversibile.

Succede inoltre che, sempre seguendo un'idea di miglioramento delle proprie condizioni materiali di vita, e quindi in qualche modo un'idea di “bene”, la popolazione planetaria si stia inurbando, impermeabilizzando suolo, cementificando e costruendo mega-city da 10 milioni di abitanti e oltre, che presto raccoglieranno il 75% della popolazione globale. Molte di queste nuove città, sorte dal nulla, si trovano però nella fascia costiera (a causa della logistica più facile) e già ora sono esposte all'innalzamento del livello dei mari. E lo saranno ancora di più se il riscaldamento globale porterà all'ulteriore fusione delle calotte di ghiaccio in Groenlandia e Antartide Occidentale. L'unico “bene” allora, a questo punto, è il principio di precauzione che potrebbe portarci a scegliere di non agire, di rinunciare a fare. Siamo pronti per questo, ne siamo capaci. Per convincerci, basterebbe riflettere sul secondo principio della termodinamica che ci spiega come un sistema evolve verso una forma di ordine solo fin tanto che sia garantito un flusso di energia e materia.

Su un Pianeta chiuso e quindi limitato nelle risorse come la Terra, il tipo di evoluzione a cui porta il modello planetario fin qui seguito ha una scadenza ineludibile, cui i ricercatori sperano di porre rimedio con rivoluzioni tecnologiche e di maggiore efficienza. Qualunque sia l'idea di “bene” alla base del nostro sforzo, dimentichiamo troppo spesso che le risorse su cui ci basiamo sono limitate e che il vantaggio di chi le sfrutta, sempre effimero e contingente, ha conseguenze planetarie e costi sociali e ambientali insostenibili che vengono pagati da tutti.

Fabio Trincardi

Fonte: Fabio Trincardi, Dipartimento Terra e ambiente del Cnr , email fabio.trincardi@bo.ismar.cnr.it -